“Carmina non dant panem” recita l’adagio degli antichi Latini, ovvero “scrivere poesie non procura il cibo” che sta a significare il fatto che le attività intellettuali ed artistiche, produttive in senso spirituale, non permettono di guadagnare direttamente come le attività produttive in senso materiale.

Da ciò discende per logica l’assunto che le attività intellettuali ed artistiche possono diventare remunerative solo in presenza di due condizioni: la prima, che ci sia una società capace di produrre a sufficienza per sopperire alle necessità e addirittura per avere il tempo per dedicarsi alla contemplazione della bellezza; e la seconda, che ci siano persone spiritualmente educate ed evolute, anziché rozze e primitive, disposte pertanto a pagare per beneficiare della produzione dell’ingegno.

La grandezza delle civiltà passate, o dei popoli che al loro interno vi hanno svolto un ruolo di prim’ordine, si rileva proprio dalla produzione artistica e letteraria, dalle opere manuali e dal pensiero prodotto. La Storia ricorda poi più facilmente gli artisti e i filosofi, ma dimentica che questi non avrebbero mai potuto mantenersi, né produrre il frutto del loro lavoro, senza qualcuno che li finanziasse, che desse loro un reddito o una remunerazione.

In passato, alcuni ricchi nobili svolsero il ruolo di Mecenate (il nome del patrizio romano che per primo connotò questo tipo di atteggiamento, tanto che il suo nome è diventato il sostantivo che indica chi lo imita) e permisero così di costituire quel patrimonio che funge da eredità mirabile per la generazione presente. Nella Repubblica di Venezia furono molti i casi di famiglie nobiliari che commissionarono ad architetti, pittori e scultori la realizzazione di opere che sono giunte fino a noi nella loro bellezza.

Il caso più famoso, per il suo impatto culturale straordinario nel Cinquecento, fu la “corte degli Asolani” finanziata dalla ormai ex Regina di Cipro Caterina Corner che, nella sua pensione dorata di Asolo, riunì letterati e pittori destinati a lasciare impronte indelebili nella Storia. Basti pensare al cardinal Pietro Bembo, letterato, che fu determinante nel fare del dialetto senese la “koiné italica” preferendolo allo stesso veneziano, allora diffuso ben oltre i confini dello “Stato da Tera” veneto. Per non parlare di un pittore come il Giorgione da Castelfranco, e di tutti gli altri che fecero del “Cinquecento veneto” qualcosa di straordinario e tuttora ammirabile, per nulla inferiore a quello fiorentino o a quello romano.

Anche la scienza si trova spesso nella condizione delle arti, perché la ricerca spesso segue percorsi con una logica diversa da quella dell’applicazione pratica e del tornaconto commerciale. Spesso gli scienziati si trovano a dover procurarsi il denaro svolgendo mansioni per loro noiose, in quanto solo quelle vengono pagate da chi guarda solo il lato utilitaristico delle cose. Eppure il progresso, con la ricaduta inevitabile anche sul piano pratico e materiale, si ha solo quando vengono effettuate le grandi scoperte che non hanno, lì per lì o in se stesse, l’applicazione mercantile. Non serve dilungarsi in esempi.

Un caso emblematico è quello dell’immagine che correda questo articolo: Galileo Galilei viene assoldato dalla Repubblica di Venezia per i suoi studi e viene retribuito con l’assegnazione di una cattedra all’Università di Padova. Dovette quindi insegnare per poter studiare e realizzare il suo “cannone occhiale” (il cannocchiale) che presentò al Doge in cima al campanile di San Marco il 21 Agosto del 1609, suscitando un grande entusiasmo non per il potenziale di mezzo per esplorare le stelle, che interessava a Galileo, ma per l’utilizzo militare che permetteva di individuare navi nemiche ed accampamenti avversari a grande distanza rispetto all’occhio nudo. L’utilizzo pratico valse la spesa e Galilei mai avrebbe potuto realizzare il suo innovativo strumento col quale ha osservato il sistema solare, cambiandone la concezione, senza il denaro assegnatogli dal Doge e la disponibilità dei vetrai di Murano.

E oggi? Oggi in Veneto ci sono persone con tanti soldi, ma con una mentalità poco incline al mecenatismo. Infatti oggi la mentalità è servile, piccolo borghese, sterile, consumistica; ben diversa da quella indipendente, nobile, feconda e edificante che connotò i nostri padri che ci hanno lasciato tanto in eredità. Se non c’è un tornaconto commerciale, non si danno soldi. E così tutto viene speso in cose futili, destinate a marcire col tempo.

Tale mentalità è peraltro condivisa da tutti, non è un problema solo della classe dirigente o abbiente, e la logica del consumo finisce per permeare di sè ogni scelta individuale e familiare, appiattendo tutto  alla dimensione orizzontale e seriale. Vale per l’arte, vale per la letteratura, vale per l’informazione, vale per la ricerca scientifica: tutto è pensato in funzione del denaro, anziché pensare il denaro in funzione di tutto.

Non resta che guardare con malinconia il dipinto “Galileo mostra al Doge Leonardo Donà il suo cannocchiale” di H. J. Detouche, rammentando che “carmina non dant panem”.