La ricognizione di PAGINE VENETE delle opere d’arte rubate ai veneti soprattutto dai francesi, ma anche da austriaci e italiani, continua con il celebre “Polittico di San Luca”. Il Polittico di San Luca è un’opera tempera su tavola (177×230 cm) realizzata da Andrea Mantegna tra il 1453 e il 1454.

Andrea Mantegna ricevette l’incarico, secondo i documenti pervenuti, il 10 agosto 1453 da parte di Mauro Folperti, priore del Monastero di Santa Giustina a Padova, per essere collocata nella Cappella di San Luca, all’interno della Chiesa di Santa Giustina. Il compenso pattuito fu di 50 Ducati veneziani.

Primo importante lavoro del periodo giovanile di Andrea Mantegna, il “Polittico di San Luca”, rappresenta un’affascinante sintesi di tradizione medievale, visione rinascimentale e originale interpretazione personale, ponendosi ai nostri occhi come un vero monumento, ricco di riferimenti culturali veramente interessanti. Il polittico si compone di dieci pannelli disposti simmetricamente. Il pannello centrale più grande è dedicato a san Luca. Sopra di esso si trova la cimasa dove è rappresentata la Pietà. Gli altri otto pannelli si dispongono su due registri e sono dedicati a santi particolarmente venerati nella chiesa padovana. In Santa Giustina si conservavano infatti le reliquie di san Luca evangelista, san Prosdocimo, san Giuliano, santa Felicita e santa Giustina.

Nella pala si trovano fusi elementi arcaici tipicamente medievali, come il fondo oro e le diverse proporzioni tra le figure, ed elementi innovativi tipicamente rinascimentali, come l’unificazione spaziale prospettica nel gradino in marmi policromi che fa da base ai santi del registro inferiore e la veduta scorciata dal basso dei personaggi del registro superiore, estremamente soldi e monumentali, che con la cornice originale dovevano dare l’idea di affacciarsi da una loggia ad arcate, posta in alto rispetto al punto di vista dello spettatore. Le figure hanno contorni nitidi, evidenziati dalla brillantezza quasi metallica dei colori.

La scelta dei santi è strettamente legata alla storia dell’ordine benedettino e a quella dell’abbazia, in particolare alle leggende sul culto delle reliquie presenti fin dalle origini nel monastero. La figura centrale è quella di san Luca raffigurato come un amanuense, scelta legata alla presenza di un importante “scriptorium” presso l’abbazia padovana; da sinistra verso destra si riconoscono santa Scolastica, nell’abito nero di monaca benedettina e il libro della Regola; san Prosdocimo, in abiti vescovili, con il pastorale e la brocca, simbolo del Battesimo; san Benedetto da Norcia, in abito scuro, con il libro della Regola e un fascio di verghe, che indicano le norme della Regola; santa Giustina, con la palma del martirio e un pugnale nel cuore, variazione della spada che la decapitò. Santa Scolastica era sorella di san Benedetto, mentre santa Giustina venne battezzata da san Prosdocimo: la loro disposizione crea una preziosa alternanza cromatica tra gli abiti neri dei religiosi regolari e gli abiti chiari e rosati dei due protettori di Padova. Ciascuna di queste tavole laterali misura 118×42 cm.

Nella fascia superiore, al centro la Pietà (51×30 cm) con Maria e san Giovanni (70×19 cm ciascuno), dove si nota la lezione dei rilievi dell’altare del Santo di Donatello (come quello del Cristo morto), anche se Mantegna non raggiunge la drammaticità profondamente umana dello scultore fiorentino: le ferite di Cristo infatti non sembrano scalfire il suo corpo quasi pietrificato e la sua sofferenza viene esaltata solo in virtù dei gesti delle due figure dolenti di Giovanni e Maria ai lati.

La Pietà è affiancata da quattro santi: da sinistra, san Daniele diacono, patrono di Padova, san Gerolamo, con il manto rosso di cardinale e una pietra in mano, con cui si percuoteva il petto in segno di penitenza; sant’Agostino o san Massimo vescovo di Padova, con mitria e pastorale di vescovo e san Sebastiano, in veste di soldato, con la spada e la palma del martirio, talvolta erroneamente indicato come san Giuliano l’Ospitaliere (che porta pure la spada, ma non fu martirizzato). Ciascuna di queste tavole misura 69×40 cm.

L’opera rimase nella sua collocazione originaria nella chiesa padovana fino al 1797, poi fu razziata dalle orde napoleoniche e giunse alla Pinacoteca di Brera a Milano nel 1811. I veneti che volessero vedere questo capolavoro inestimabile non possono pertanto recarsi in Prato della Valle, come quando eravamo una repubblica indipendente, ma devono fare un viaggio nella città italiana capoluogo della Lombardia per vederla collocata in mezzo ad altre decine di opere venete, trafugate a fine Settecento e mai restituite.