Continua la nostra ricognizione sulle nostre opere d’arte, rubate alla Repubblica Veneta da Napoleone e dai francesi e mai più restituite, opere che potrebbero tornare nelle loro collocazioni originarie e che invece possiamo ammirare solo se andiamo nei musei fuori dal territorio veneto, dove sono conservate ed esibite.

L’opera di cui trattiamo stavolta è stata concepita e per buona parte realizzata da Gentile Bellini che morì prima di finirla, per poi venire completata dal fratello Giovanni: si intitola “Predica di san Marco ad Alessandria d’Egitto” ed è uno dei teleri più famosi al mondo anche per le sue notevoli dimensioni (dipinto olio su tela, dimensioni 347 x 770), destinato in origine alla Scuola Grande di San Marco a Venezia e realizzato attorno al 1504-1507. L’attribuzione degli interventi ai singoli artisti è ancora oggetto di discussione fra gli studiosi; tuttavia, l’opinione più diffusa attribuisce a Gentile la definizione delle linee principali della scenografia, nella quale gli elementi dell’architettura veneziana si sovrappongono a soluzioni di evidente matrice mediterranea e orientale (per esempio le torri dei muezzin, gli obelischi), peraltro ben noti all’artista che, nel 1497, era stato inviato a Costantinopoli presso Maometto II. Si devono probabilmente a Giovanni, invece, gli intensi ritratti dei confratelli nel gruppo a sinistra.

Vediamo come la “Predica di san Marco ad Alessandria” sia un dipinto ricco di particolari esotici ed orientaleggianti: le torri che compaiono sullo sfondo, l’abbigliamento di certi personaggi come quelli con il turbante, gli animali (notiamo un cammello e una giraffa tra gli altri), la vegetazione, l’edificio principale che sembra quasi un “incrocio” tra la Basilica di San Marco di Venezia e quella di Santa Sofia di Costantinopoli. Il santo è leggermente decentrato, sulla sinistra, in piedi su un podio mentre arringa gli astanti, tra i quali ci saltano subito all’occhio un gruppo di donne ottomane (ricordiamo che Costantinopoli diventò ottomana nel 1453) in abito bianco e con il volto coperto.

C’è un’atmosfera strana nella grande piazza.

La scimitarra per la decapitazione, alla cinta del giannizzero di schiena, attende di tagliare la testa sull’ara-patibolo. Un ripetuto martirio sta per colpire il Vescovo di Alessandria e la sua Chiesa. Alle spalle di San Marco una importante delegazione di dignitari veneziani, mercanti tedeschi, e anche Dante, ascoltano ogni parola di San Marco, con impassibile postura da negoziatori in un territorio difficile. Nei precedenti mille anni, i veneziani avevano tratto immense ricchezze dalle relazioni con Costantinopoli.

Maometto II aveva imposto una discontinuità nei rapporti di forza. I dignitari sono attenti, quasi irrigiditi, impersonano appunto i comportamenti professionali degli inventori della diplomazia protocollare del futuro Occidente. Sono lì per trovare un punto di convergenza fra l’antica potenza Veneziana e gli emergenti ottomani. Senza volerlo, Venezia rappresentava la nuova Europa di fronte al nuovo Oriente.

Come si vede, un’opera ricca di contenuti e godibilissima, oggi conservata nella città italiana di Milano, alla Pinacoteca di Brera che fu riempita dalla refurtiva non portata in Francia e destinata dal Bonaparte a museo dell’arte di tutti i territori a sud delle Alpi, per iniziare a costruire il mito della nazione italiana, ispirata dai valori rivoluzionari, che doveva nascere come Stato unitario in sostituzione delle entità sovrane di tradizione cristiana preesistenti.

Una delle tantissime opere inestimabili prodotte dall’arte veneta che i veneti possono vedere solo viaggiando fuori dalla loro terra.