Col Carnevale alle porte, anche con l’emergenza sanitaria è bello dedicarsi alla tradizione che permea di se tutta la vita di una comunità e delle sue famiglie che la compongono.

Quando essa è davvero sentita, arriva fin nella dimensione domestica e interessa aspetti minuti, come l’arte culinaria popolare. Tra i dolci tipici del Carnevale c’è la versione veneta delle “chiacchiere” o “frappe” (o “bugie”, o “cenci”) che, da noi, si chiamano “crostoli”.

Ma si chiamano proprio crostoli? In gran parte del territorio veneto sì, ma nel padovano e nel veneziano si chiamano invece galàni, come ormai anche nel veronese, dove il termine ha soppiantato l’ormai desueto “sossole”. E anche i “crostoli” hanno le varianti dialettali della lingua veneta, percui vengono chiamati anche “cròstui – grostoli – grostui”, ma sempre pronunciati con l’acquolina in bocca perché sono buonissimi e richiamano in un attimo l’infanzia e i suoi momenti spensierati.

La ricetta è arcinota: la base è un impasto di burro, zucchero, uova e farina, con una componente alcolica che in Veneto differenzia il prodotto da quelli delle altre regioni perché si usa la classica e tipica graspa (che in toscano chiamano “grappa”, altrimenti detta pure “acquavite”). Vengono quindi tagliate a strisce, o a rettangoli, oppure manipolate per ottenere alcune forme un po’ speciali, ma il prodotto più classico è quello a base rettangolare. Si procede poi alla frittura, che recentemente viene spesso sostituita dalla cottura in forno considerata più salutare, e infine si cosparge il prodotto con lo zucchero a velo, ottenendo un misto di friabile croccantezza e dolcezza.

Assieme alle varie tipologie di “frìtole” (le “frittelle”, sempre in toscano) sono il classico dolce del Carnevale, periodo di festa che precede le Ceneri e la penitenza quaresimale in cui si mangia di magro o si digiuna. O almeno così si faceva quando si era cristiani, quando si era ancora un popolo unito