In occasione della ricorrente Giornata della Memoria della Shoah è interessante fare luce su qualcosa che forse non è molto nota, vale a dire la consistenza della presenza ebraica in Veneto. Una presenza operosa, discreta, significativa, che dura da secoli e che non è da tutti conosciuta. Abbiamo pertanto pensato di darne conto con un articolo appositamente dedicato a questa realtà che arricchisce culturalmente la nostra amata patria.

Sul territorio della regione Veneto sono presenti 3 delle 21 Comunità Ebraiche aderenti all’UCEI (Unione Comunità Ebraiche d’Italia) e di tratta di 3 comunità storiche di grande rilevanza storica: sono quelle delle città di Venezia, Padova e Verona.

Gli ebrei sefarditi giunsero sul territorio della Repubblica Veneta soprattutto in seguito alla cacciata dalla Spagna del 1492, mentre gruppi askhenaziti c’erano già nel secolo precedente. Essi erano utili per il fatto che non avevano remore nell’esercizio dell’attività del prestito a interesse, cosa che invece veniva condannata come usura nel mondo cristiano. In una repubblica dove l’attività finanziaria era di fondamentale supporto per quelle commerciali e imprenditoriali, come la Serenissima, la figura del prestatore di denaro era necessaria nonostante lo stigma sociale che l’accompagnava. Agli ebrei venivano impedite quasi tutte le attività lavorative, eccezion fatta per l’attività di usuraio, di mercante di tessuti (“el strazzer”), quello di medico e quello di rigattiere o “robivecchi”. Essi erano obbligati a indossare un distintivo nell’abbigliamento (un simbolo cucito sul vestito o un berretto di colore giallo), come peraltro era in uso anche per identificare gli appartenenti a determinate corporazioni, a scopo distintivo e non discriminatorio come intenderemmo oggi; avevano invece l’obbligo di dimora notturno all’interno dei cancelli che nottetempo chiudevano il quartiere ebraico, ma per gli standard dell’epoca bisogna dire che la presenza ebraica era, al netto delle reciproche diffidenze, meglio tollerata nella Repubblica Serenissima che altrove in Europa.

La libertà di stampa che caratterizzava la Repubblica diede inoltre impulso alla realizzazione di importanti edizioni del Talmud e della letteratura cabalistica, che rappresentano tratti irrinunciabili e fondamentali dell’ebraismo post biblico, fornendo anche qualche nuovo sbocco professionale agli ebrei rispetto alle restrizioni normative vigenti.

In seno alle comunità fiorirono importanti sinagoghe e non mancò la presenza di dotti rabbini provenienti dall’Europa per insegnare e risiedere in luoghi dove potevano trovare accoglienza e apprezzamento. Le comunità cittadine arrivarono a contare diverse centinaia di persone, a Padova nel Seicento si raggiunse la cifra record di 1400 membri registrati nella comunità che fu quella maggiormente integrata dal punto di vista culturale, grazie anche alla presenza dell’Università che ammetteva volentieri alla Facoltà di Medicina i giovani ebrei desiderosi di intraprendere quella carriera; ma non mancarono scambi fecondi anche in materie umanistiche, seppure con le limitazioni dovute alla mentalità dell’epoca.

In seguito alla Rivoluzione Francese, che travolse l’Antico Regime, gli ebrei furono emancipati dai ghetti e divennero cittadini come gli altri; oggi la loro religione è tra i culti costituzionalmente riconosciuti e ammessi a godere dell’8 per mille delle imposte su indicazione volontaria nella Dichiarazione dei Redditi, in base all’art.8 della Costituzione Italiana e alle leggi che ne regolamentano i rapporti con lo Stato.

Le 3 comunità ebraiche venete continuano tutt’oggi, discretamente, a svolgere un’importante funzione sociale rivolta ai loro membri e una costante attività culturale di particolare pregio, aperta talvolta anche al dialogo e allo scambio con gli appartenenti al resto della società.