In questi tempi – strani – mi succede di “navigare” l’internet in modo più intenso… sarà un male, sarà un bene…
Capita di fare degli incontri, strani come i tempi che percorriamo.
Viene quasi voglia di fumare quando incontro Luca Gallina, un musicista di Desenzano, mezzo sciamano e mezzo chitarrista che da qualche mese ha pubblicato il suo primo lavoro solista: PlusLapsus
Chi frequenta sonicamente i territori di T-Bone Burnette, quello di “True False Identity” per intenderci, non potrà fare finta di niente, non potrà evitare di sostare in questi luoghi caldi e umidi, pregni di quel brodo psycho blues che solo a nominarlo vengono in mente certi Yardbirds d’antan.

Mi trattengo dal fumare, ma a un bicchiere di cabernet no, a quello non resisto e nel frattempo mi scappa pure qualche domanda:

Ale. Presentazione telegrafica: Chi sei? Origine, età.
Luca. Sono Luca Gallina, in arte Gallus, sono un discendente dei “maia aole” del basso lago di Garda. Ho 53 anni e vivo a Lonato sul Garda.

A. Che intendi per “maia aole”?
L. Venivano cosi chiamati nel dopoguerra quelli che abitavano sul lago: i mangiatori di aole. Un abbondante tipo di pesce di quei tempi. Un po’ come i vicentini maia gati… ammesso sia vero!

A. Ahaha… Io pensavo a qualche discendenza Maya… Quella dei gatti è una vecchia storia legata a un accadimento ai tempi della Serenissima… chissà… magari mi verrà voglia di parlarne… Da noi si scrive e si dice “magna gati”, per la precisa… Ascoltando il disco, le prime cose che ho pensato sono state in sequenza: Zappa, America, T Bone Burnett? E’ solo un caso?
L. Hai nominato tre artisti che adoro, quindi direi che sì, ci può stare, lo prendo come un complimento!

A. Per America non intendevo la grandissima band che ha firmato quel pezzone di “You can do magic” bensì le coordinate sensoriali e geografiche, le influenze… E’ un caso quindi che abbia avvertito il profumo intenso dell’America nelle tracce del tuo lavoro?
L. Assolutamente no! L’America è la grande Madre per la musica moderna. Amo i bluesman di inizio novecento. Li ritengo la cosa più straordinaria che lo scorso secolo abbia prodotto a livello artistico. Musica fuori dallo spazio-tempo per purezza e freschezza. Basta ascoltare gente come Skip James, Blind Lemon Jefferson, Led Belly e lo stesso Muddy Waters, colui che si può ritenere “l’inventore” del rock. Ogni volta mi ritrovo incantato dai loro suoni. Per certi versi… avanguardia pura. Credo T Bone Burnett abbia attinto a piene mani da quel mondo sonoro. Lo si sente nelle sue produzioni. Con PlusLapsus ho voluto la forza dell’immediatezza, fatta di riprese senza grandi artifizi e take buone alla prima. Dirò una banalità ma credo ci sia bisogno di un ritorno all’ essenziale e al fare per urgenza di comunicare.

A. Per certi versi non posso non concordare. Ma dimmi… Un disco strumentale, nel 2021. A prescindere dalla data, è una scelta che mi spiazza. C’è un’idea dietro o in qualità di chitarrista è per te la cosa più naturale del mondo produrre un disco senza liriche?

L. La risposta mi è semplice. In realtà non c’è nessuna intenzione di essere originale o altro. Nel corso della mia carriera ho sempre lavorato a progetti in cui artisticamente collaboravo con un cantante supportato da una band; un po’ a-la Rolling Stones per capirci. Ho sentito l’esigenza di mettermi alla prova con una nuova avventura in cui la chitarra fosse protagonista, libera di esprimersi senza i vincoli del formato canzone. Da qui l’idea di questo progetto.

A. Sempre riferendomi all’assenza di liriche, esistono delle immagini o delle storie dietro alle canzoni e di riflesso ti chiedi mai se le persone che ascolteranno i tuoi brani riusciranno a vedere quelle immagini?
L. Sì, qualcosa c’è… Nel titolo di alcuni brani c’è l’intenzione di provocare una reazione oltre a suggerire delle immagini, Enuma Elis per esempio è il mito babilonese della creazione…. di immagini a me ne vengono parecchie! Anche di domande… “Viviamo strani giorni” direbbe Battiato…

A. E a proposito di quello che potrebbero “vedere” i potenziali ascoltatori?
L. Sì, la domanda me la pongo! Però non so se chi ascolta possa percepire le immagini che vagamente suggerisco nel titolo… sarebbe chiedere troppo! Non ci sono in realtà elementi musicali così espliciti da provocarlo… mi accontento che i titoli possano stimolare curiosità.

A. A chi ti rivolgi? Qual è il tuo target?
L. D’impeto direi: “quelli che ascoltano il rock blues sperimentale, includendo il jazz il prog e la psichedelica”, anche se etichettare la musica è sempre riduttivo. In realtà credo che il mio target sia chi ama ascoltare musica nel senso antico del termine. Non è un disco da primo ascolto, serve un attimo sintonizzarsi. Sono consapevole che essendo strumentale si rivolge per forza di cose ad una minoranza, a una nicchia.

A. Cosa ti ha spinto a pubblicare PlusLapsus? Voglio dire… non so se sei d’accordo con me, ma stiamo attraversando un periodo storico piuttosto complesso. Il mainstream musicale mordi e fuggi riesce ad imbastire spettacoli incredibili tutti gli anni tramite talent e compagnia bella, finendo per plasmare anno dopo anno gusti sempre più standardizzati delle persone, “fast food oriented”. Se la pensi come me, in quest’ottica, qual era l’obiettivo nel realizzare il tuo disco, sempre che ci fosse. E aspettative? Ce ne sono?
L. Qui mi costringi a denudarmi… potrei dirti tante belle cose… che eviterò.
Sono consapevole di tutte la premesse che hai elencato… ebbene: l’ho fatto soprattutto per me. Ho sentito che era una cosa che dovevo fare. Punto. Però aggiungo anche che in ambito musicale il “fast food oriented” ha rotto i…
Quest’opulenza globalizzata è priva di vitalità. Il tutto a portata di clic alla lunga annoia… Dopodiché mi son detto: cosa desidero fare realmente? Risposta: amo ciò che viene dalla pancia, imperfetto, grezzo ma coi suoi sapori, autentici. Come il casaro che fa il suo formaggio. Può piacere o meno, ma gli si potrà riconoscere comunque un valore in quanto unico. Aggiungo una banalità: credo che ognuno abbia la
possibilità di essere unico in quanto essere umano con un personale DNA. Per quanto riguarda le aspettative, se prima ero molto “sobrio” oggi sono ZEN! Credo tu capisca di cosa parlo.

A. (Un po’ credo di capire, un po’ faccio finta… quando la gente dà per scontato che io capisca ciò che traffica nelle loro menti, ho sempre paura di deluderli e un po’ rischio per finire di deludere anche me, perciò annuisco e continuo la chiacchierata…). Per chi ti intervista la gestione dell’attuale “situazione” sanitaria è a dir poco farsesca. Come impatta sul tuo mestiere? E tu, come la vedi, come la vivi?
L. Come non essere pienamente d’accordo con te?
Aggiungo: spero i responsabili dello sfascio che stiamo vivendo siano al più presto portati in tribunale e giudicati secondo la legge e la Costituzione Italiana. Il mondo della musica e tutto l’annesso è stato completamente silenziato: artisti e maestranze sono praticamente senza reddito. Se mi chiedi previsioni, sinceramente non sono in grado di farle. Dipende da tante cose. Le variabili sono tante. Molto importante è
il nostro grado di consapevolezza. Non è possibile cambiare il mondo senza rinnovare profondamente noi stessi. Noi, l’unica cosa che dobbiamo fare è spegnere la TV, completamente, TUTTA la stampa cartacea va usata solo nel bagno in assenza di carta igienica e per il resto stare tranquilli, sentirsi completamente liberi, stare con le persone a cui vogliamo bene, cercare di rispettare il nostro corpo tramite una buona alimentazione e un po’ di esercizio fisico. Insomma la solita lista di banalità.
La cosa che da artista mi ha scioccato è la mancata presa di posizione o il passivo allineamento al potere da parte della maggior parte dei colleghi. Lo trovo imbarazzante e vergognoso. Come sono lontani i tempi dei mitici SEX PISTOLS che cantavano in barca sul Tamigi GOD SAVE THE QUEEN nel giorno del Giubileo della Regina!!!

A. (Chissà perché a me vengono in mente gli Smiths di “The Queen is dead”…). Sei riuscito comunque a trovare uno spazio per esprimerti in questo periodo?
L. Lo scorso marzo/aprile, quando eravamo letteralmente agli arresti domiciliari, ho partecipato ad alcune dirette streaming su Facebook, ospite di club o associazioni. Sentivo la voglia di dare il mio contributo in qualche modo. Devo però confessare che l’atmosfera buonista delle foche cantanti sui balconi non l’ho mai veramente sentita… La scorsa estate (la chiacchiera avviene ad aprile 2021 NdA) ci fu un timido tentativo di ripresa bloccato poi già nel mese di settembre. Questo giro preferisco fare altro, suono a casa o in sala con i ragazzi della band per provare nuovo materiale. Nulla di più per ora. Niente streaming.

A. Tornando ad aspetti più tecnici, qual è il tuo approccio alla musica? Come componi? Hai un modo tipico, una “scaletta” tipica, un tuo standard nel costruire canzoni?
L. Non ho un vero e proprio metodo. Mi piace suonare senza meta girovagando tra linguaggi e suoni, inseguendo sensazioni: quando qualcosa mi stupisce mi soffermo e provo a svilupparlo. Può essere qualsiasi cosa. Mi piace comunque seguire l’intuizione e l’istinto. Vi sono delle tecniche nella composizione e alcune le conosco. L’Arte è come l’artigianato, vi sono la bottega, gli attrezzi, un procedimento atto ad
ottenere il manufatto.

A. Pensi di avere il polso sulla situazione della musica indipendente italiana? C’è qualcosa che ti piace, c’è qualcosa che cambieresti?
L. Sono di natura molto aperto, ma confesso di non avere completamente il polso della situazione, però sì, ci sono cose che mi piacciono. Lucio Corsi per esempio. L’album solista di Bianconi lo trovo molto ben scritto e prodotto. La scena trap e limitrofi… ogni tanto ci metto l’orecchio ma ho difficoltà a sintonizzarmi.
Madame è molto brava. Preferisco però Young Signorino, la prima volta che l’ho sentito mi ha spiazzato ed incuriosito. Però non son cose che ascolto veramente. È più una curiosità e un cercare di capire che succede.

A. C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che ti piacerebbe sottolineare?
L. Sì volentieri: vorrei presentare le persone che hanno partecipato al progetto. L’album vede la produzione artistica di Giovanni Ferrario. Gio è un produttore raffinato dall’approccio “sciamanico” con un mondo musicale ed un senso estetico molto personale.
Stesso discorso vale per Beppe Mondini, chiamarlo batterista è riduttivo, si tratta di uno straordinario musicista. E non posso non citare Stefano Stefanoni, un fonico molto bravo e di rara sensibilità. Sono molto grato a tutti per la loro disponibilità. Il tempo è forse la cosa più preziosa che abbiamo.
A. Non male finire l’intervista con una frase che da sola vale un buon film. Non male davvero. Saluto Luca, non mi sono pentito di aver resistito alla sigaretta.

Mentre sistemo qualche punto, qualche virgola, mi accorgo di aver quasi finito quel Cabernet Sauvignon targato 1995. Non mi pento nemmeno di quello, sono onesto, ma controllo che non vi siano dei buchi in fondo alla bottiglia, mi sembra assurdo che le cose migliori finiscano con la stessa meraviglia che mi assale quando iniziano.
Guardo fuori dal vetro, non c’è da stupirsi che a mezzanotte e ventisette non veda che un paio di luci accese in fondo alla strada.