di GIULIANO ROS
Il tentativo di resuscitare l’autonomia amministrativa alla Slavia Veneta, appartenuta per quattro secoli alla Serenissima (che ne aveva salvaguardato l’identità culturale e linguistica), è stato il leitmotiv di tutta l’opera politica di mons. Ivan Trinko (1863-1954), sacerdote di ceppo sloveno nato a Trčmun (Valli del Natisone), docente di Filosofia al seminario arcivescovile (1895-43) e direttore del Collegio delle Nobili Dimesse di Udine (1913-42). Acclamato “patriarca e padre della Benečija” (Slavia Veneta), Trinko fu per mezzo secolo punto di riferimento dei sacerdoti delle valli del Natisone e simbolo della coscienza nazionale della sua terra.
Primo sacerdote in assoluto a essere eletto nel Consiglio Provinciale di Udine (1902-23), approntò un programma regionalista che prevedeva l’autogoverno rispettoso delle singole realtà culturali, un’autonomia intesa come “integrazione con pari dignità, nel rispetto di peculiarità incancellabili in una visione dell’uomo cristianamente inteso” (M. Vertovec). In vari interventi Trinko non temette di denunciare apertis verbis la politica di snazionalizzazione della Slavia Veneta, condotta dallo Stato italiano che ne impediva la lingua (1905), né di criticare le celebrazioni del Regno d’Italia “in quanto organizzate in un clima anti-clericale e offensivo” (1911).
La rievocazione dell’autonomia delle Sosednije (forma di governo originalmente democratica fondata sulla partecipazione popolare alla gestione della vita pubblica) nasceva dalla necessità di contrastare l’impoverimento e lo spopolamento che, dopo l’annessione al Regno Sabaudo, stava diventando drammatica. Fautore di un superamento della concezione risorgimentale dell’equazione fra Stato e nazione, riteneva fondamentale il rispetto delle minoranze, recuperando dal passato l’autonomismo concesso dalla Repubblica di Venezia, convinto del valore che la varietà degli apporti delle popolazioni di confine possono dare, in quanto “ponte culturale” verso altri Stati. Nella Lettera a don Natale Monkaro (parroco di Laze) sosteneva che “l’uomo che rifiuta la sua nazionalità e la sua lingua non ha una propria personalità, un proprio carattere, né onore e compie un torto contro la stessa natura, la quale attribuisce a ogni uomo una stirpe e una nazione. È santo dovere dunque agire per la difesa della propria nazionalità e della propria lingua. Nessuna autorità terrena ha il diritto di manomettere questo nostro tesoro, se noi stessi non lo respingiamo. Lo stesso Dio ci ha dato l’inviolabile diritto di difenderlo contro ogni violenza e dobbiamo difenderlo come nostra individualità”.
Fulgido esempio della fedeltà alla propria lingua e dell’impegno per la convivenza culturale tra popoli diversi, lavorò insistentemente per difendere le lingue minoritarie e per “l’avvicinamento culturale tra il mondo sloveno e quello friulano-italiano” (M. Vertovec). All’epoca unico studioso in Italia a conoscere la maggior parte delle lingue slave, divenne artefice dell’avvicinamento culturale tra il mondo sloveno, latino e germanico (in memoria delle comuni radici aquilejesi), premessa significativa per un’idea di Europa dei popoli, incentrata sull’idea di starosvetnost (l’insieme di antichi elementi fondanti la cultura materiale, sociale e spirituale di un popolo) e basata sulla “logica dell’incontro, la quale presuppone l’idea di libertà intesa come condivisione e solidarietà” (mons. M. Qualizza).
Nelle Poezije (1897) espresse fiducia nella vittoria di un “sacro patriottismo” e condannò con stile vigoroso e plastico quei politici che si vergognavano della propria madrepatria, abbandonando il loro stesso popolo alla “superba forza degli stranieri” (L. Bratuž). Era proprio l’agápē verso gli uomini che “gli additava di mettere in luce con energia e coraggio il modo migliore per trattare la gente dei confini”, senza mai “indietreggiare di fronte alle più aspre bufere” e in spregio ai detrattori (suor O. Miazzo). Rivendicava per l’antica Slavia Veneta lo statuto di “Statarello a parte, completamente autonomo” dal punto di vista spirituale, in virtù del “diritto e dovere di difesa delle proprie tradizioni culturali attraverso una protezione politica sul sistema di regime (A. Di Rito). Di fronte alla “minaccia di una estinzione ineluttabile in un tempo relativamente breve delle nazionalità, a causa di forze insufficienti per opporvisi” (I. Trinko), l’edificante e lungimirante messaggio di Ivan Trinko esula dai confini della sua patria di origine, e diventa “universalmente valido e sempre attuale” (M. Kacin).
(in foto, Ivan Trinko)
Il testamento di mons.Ivan Trinko