La festa della Candelora è nota come la festa delle candele e, come molte altre festività, manteneva nella vita contadina degli elementi provenienti dalla notte dei tempi su cui si erano sedimentate altre tradizioni successive e l’inculturazione cristiana. La sua origine risale all’epoca romana: i Lupercali erano festeggiati il 15 febbraio, era una festa in onore di Fauno, divinità del gregge e della fertilità. A quel tempo era una festa pagana, durante la quale si implorava il ritorno del bel tempo. Il piatto che tradizionalmente veniva preparato per questa festa erano delle frittelle tonde e dorate, che evocavano il sole e il ritorno della primavera, elementi essenziali e vitali per l’agricoltura.
Era una festa celebrata, sotto varie forme, da diversi popoli antichi.

I Celti celebravano Imbolc (o Imbolg – la divinità della fertilità) il 1° febbraio: veniva celebrata con sfilate di fiaccole. Più tardi sarebbe diventata la festa di Santa Brigida. Quanto ai Greci, celebravano il ritorno di Persefone, regina degli inferi, a sua madre, dea dell’agricoltura, con le torce. Modi diversi di celebrare la fine della fase più rigida dell’inverno auspicando l’arrivo della stagione fertile.

Più tardi, la Candelora celebra la presentazione di Gesù al tempio. Secondo la legge di Mosè (Esodo 13, 2.11-16), ogni primogenito maschio del popolo ebraico doveva essere offerto al Signore ed era necessario che dopo la sua nascita i genitori lo riscattassero con l’offerta di un sacrificio. Infatti è ciò che fecero Maria e Giuseppe, secondo quanto narra il Vangelo secondo Luca (2,22-39). Da qui la Festa del 2 febbraio, che cade 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno in cui si celebra la nascita di Gesù. Quel giorno vengono benedette le candele, simbolo di Cristo, Luce da Luce che viene nel mondo. E così la Candelora, da festa pagana, è stata compresa all’interno di una festa religiosa.
La festa viene osservata anche dalla Chiesa ortodossa e da diverse chiese protestanti.

Durante il periodo medievale, i pellegrini cominciarono a recarsi a Roma per celebrare la presentazione di Gesù al tempio, portando all’inizio con loro delle fiaccole, poi fiaccole e candele e infine solo candele, perché Cristo è “la luce che illumina le nazioni”. Da qui il nome adottato di Candelora. Era usanza che il papa offrisse qualcosa da mangiare ai pellegrini: erano delle frittelle fini e tonde, cosparse di miele. E qui la tradizione pagana incontra quella cristiana, attraverso questo piatto semplice e delicato che è diventato il simbolo gastronomico di questa festa.

Siccome la data di questa festa cade a metà strada tra il Solstizio d’inverno e l’Equinozio di primavera, secondo la tradizione il clima del 2 di febbraio è indicativo del fatto che la primavera si stia avvicinando o meno. A questo proposito in tutti i territori veneti ci sono dei proverbi attraverso i quali si “pronostica” se la primavera sarà fredda o calda, a seconda di come si presenta il giorno 2 di febbraio. Il più famoso, forse, è quello che recita: “Al dì de la Candelora d’el inverno semo fora, ma se piove e tira vento d’el inverno semo drento”.

In Venetia la Candelora si festeggiava collettivamente in vari modi, con sagre o feste locali. A Tarzo per esempio (in provincia di Treviso), esisteva – e forse esiste ancora, “lockdown” a parte – una Festa della Candelora: ogni anno, dopo la Santa Messa con la benedizione delle candele, si mangiano i piatti tipici (trippe, grigliata mista e crostoli). Ma in tutta la nostra patria questa ricorrenza veniva celebrata perché portatrice della speranza della nuova stagione. Una festa della vita nascente, improntata all’ottimismo di cui tanto bisogno c’è per uscire dai vari inverni della vita.