di PAOLO FRANCO (già Senatore della Repubblica Italiana)
Siamo tutti consapevoli che la pandemia lascerà lunghi strascichi nella nostra vita e, probabilmente, contribuirà a cambiamenti sociali ed economici la cui portata, oggi, non è facilmente determinabile. I cambiamenti, però, normalmente portano a nuove sfide che spesso aprono le strade ad opportunità che le persone laboriose ed attente sanno concretizzare positivamente.
Se pensiamo, ad esempio, al nostro Veneto prima dell’inizio della crisi finanziaria del 2008 e al Veneto di oggi, possiamo notare quanto efficace sia stata la duttilità imprenditoriale e l’impegno dei lavoratori per far fronte alle nuove sfide mondiali. Il Sistema Statistico Regionale (disponibile on-line) mette a disposizione molti studi socio-economici di grande interesse per comprendere il percorso fatto dalla nostra Regione negli anni più recenti. Ad esempio per quanto riguarda le esportazioni le cifre parlano chiaro: nel 2010 il Veneto ha esportato per un valore di 45,6 miliardi, nel 2011 ha superato i 50 continuando in un crescendo annuale che nel 2017 ha fatto sorpassare i 60, per arrivare nel 2019 a 64,4 miliardi. Cambiano le relazioni economiche con i paesi del mondo, si evolvono i settori merceologici, mutano le dimensioni aziendali, si adeguano i contratti di lavoro, mobilità, viabilità e servizi affiancano coerentemente questi processi innovativi pur tra grandi difficoltà.
Insomma nella nostra Regione abbiamo la netta sensazione del procedere, del progredire secondo le necessità e la velocità del mondo. Ma quando guardiamo alle politiche dello Stato abbiamo un brusco risveglio. Sotto il profilo economico la crisi causata dalla pandemia ha indotto forti rallentamenti in diversi settori, ha incrementato la disoccupazione, ha messo in difficoltà tutto il sistema produttivo; per questo l’Unione Europea ha deciso di stanziare ingenti risorse per fare fronte all’emergenza. La gravità della situazione avrebbe dovuto far prendere in considerazione soluzioni innovative per evitare di essere affrontata con i medesimi procedimenti clientelari e dispersivi di sempre. Invece, se andiamo a leggere i provvedimenti finanziari approvati da Governo e Parlamento, troviamo una miriade di micro e macro finanziamenti (i famosi “bonus”) o di agevolazioni (tra tutti il 110% sulle ristrutturazioni edilizie) che comportano centinaia e centinaia di decreti attuativi e di adempimenti burocratici. Il processo politico-intellettuale è sempre il solito: lo Stato, re e signore, distribuisce ai cittadini-sudditi le risorse secondo i propri interessi e quelli delle grandi élite che si stanno buttando a capofitto nel fiume di denaro in arrivo (mafie comprese).
Gli unici ristori da impiegare direttamente in favore dei cittadini avrebbero dovuto essere quelli relativi alle attività chiuse temporaneamente e a coloro che avevano perso il posto di lavoro. Punto. Il resto avrebbe dovuto essere destinato alla riduzione della pressione fiscale, a partire da quella sul lavoro, poi a quella sui redditi più bassi, poi a quella sugli immobili e all’IVA sui beni più importanti. Ma in questo secondo caso i soldi sarebbero arrivati, e rimasti, nelle tasche dei cittadini e non sarebbero transitati per le avide maglie delle operazioni pubbliche, con i risultati che, alla fine della fiera, potremo immaginare. Quali? Aumento del debito, dipendenza di cittadini e imprese dal sussidio pubblico, sostegno al malaffare di ogni tipo e grado.
Ad esempio, abbassare l’IVA del 5% sull’acquisto di un’autovettura è molto diverso rispetto concedere un contributo all’acquisto. Nel primo caso riduco il costo complessivo di un bene per chiunque lo voglia acquistare, magari anche un’azienda che lavora e produce, nel secondo lo Stato e la Pubblica amministrazione sceglie chi ne può usufruire, indipendentemente dall’utilità economica dello stanziamento.
Il problema è che nell’assalto quotidiano dell’informazione eterodiretta, oramai, di princìpi generali su fiscalità e bilancio non si parla più: è dato quasi universalmente per scontato che la procedura deve essere quella della donazione pubblica e non quella della vitalità privata. La cultura veneta, ancora oggi, è molto più vicina a questa seconda prospettiva: ma ce ne stiamo rendendo conto?