di CARLO LOTTIERI

Con la definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione europea siamo chiamati a fare i conti con un avvenimento epocale. Certamente, questa novità comporterà talune ombre e comporta pure qualche rischio, ma non vi è dubbio che nell’insieme si possa guardare positivamente a questo cambiamento.

Quando Londra, nel 1973, entrò nella Comunità europea lo fece a ragion veduta. Mezzo secolo fa il Regno Unito stava subendo i pesanti contraccolpi della perdita dell’Impero e, soprattutto, stava scontando le conseguenze di decenni di politiche socialiste. Quella britannica era un’economia in declino, che l’ingresso nel mercato comune aiutò a rilanciare. Certamente nel Regno Unito si capì quanto fosse utile per tutti accedere a una grande area europea caratterizzata da fitti scambi economici e culturali. Le liberalizzazioni e le privatizzazioni thatcheriane degli anni Ottanta aiutarono a sfruttare nel migliore dei modi quell’apertura, progressivamente accompagnata – del resto – da un generale processo di globalizzazione che aprì i confini ben al di là del Vecchio Continente.

Una cosa, però, era ben chiara alla maggior parte dei britannici: nessuno avrebbe mai accettato di scomparire come civiltà e come cultura, perdendo ogni propria peculiarità e dissolvendosi all’interno di una generica dimensione europea. Soprattutto, i britannici hanno sempre avuto ben chiaro che il pluralismo politico europeo era da salvaguardare, rigettando ogni ipotesi di unificazione istituzionale del continente.

Il 20 settembre 1988 il premier britannico senza dubbio più importante dell’ultimo mezzo secolo, Margareth Thatcher, tenne a Bruges un discorso storico, che chiunque voglia comprendere cosa davvero c’è alla base della Brexit deve leggere e studiare.

(Lo si può leggere qui: https://www.margaretthatcher.org/document/107332)

Il primo ministro britannico sottolineò che l’Europa esisteva da secoli, ben prima di ogni istituzione politica comune, e che essa traeva origine da una comunanza di valori e principi (ma anche di retaggi religiosi, etnici e di altro tipo) che non poteva essere dimenticata o sottovalutata. Quella comunanza era nei fatti, ma non doveva in alcun modo giustificare alcun tipo di centralizzazione del potere.

La Thatcher difese l’autogoverno dei britannici, in nome di un’Europa più aperta di quella voluta dagli unificatori. Nei decenni successivi quanti volevano concentrare il potere a Bruxelles andarono dritti per la loro strada, moltiplicando le direttive e immaginando di realizzare una sorta di Stato europeo (il mito degli Stati Uniti d’Europa). Con il voto referendario sulla Brexit si sono tirare le logiche conseguenze di quella mancata volontà – soprattutto francese e tedesca – di prestare ascolto alle sagge considerazioni dei britannici.

Ora la Brexit, da vari punti di vista, comporterà pure conseguenze negative. Sarà meno facile – per i giovani europei del continente – andare a studiare nel Regno Unito, che ospita le migliori università europee. Anche per un semplice viaggio turistico sarà necessario portare con sé il passaporto e certamente questo renderà meno facili le relazioni. Trasferirsi per lavorare non sempre sarà possibile. È anche vero che questa uscita dalla Ue comporterà qualche conseguenza di natura nazionalistica e per giunta l’Unione europea si troverà senza quella voce più saggia e responsabile che, negli anni passati, ha evitato scelte assurde accelerazioni verso una sempre maggiore unificazione.

Al tempo stesso, però, ormai sganciato da Bruxelles il Regno Unito guarderà con ancor più interesse al mondo intero: esso continuerà a essere, ancor più di prima, la principale proiezione ​dell’Europa nei quattro angoli del mondo. Oltre a ciò, l’Europa stessa ha già ora un profilo maggiormente policentrico, e uno degli effetti non voluti del distacco di Londra da Bruxelles, per di più, potrebbe essere l’allontanarsi di Edimburgo da Londra: con la nascita di uno Stato scozzese indipendente.

Per giunta, se in passato dire Ue voleva dire in sostanza evocare l’Europa in quanto tale, ora è doveroso rilevare che oltre ai 27 paesi della Ue c’è un Regno Unito a sé stante e c’è un’Efta che merita rispetto (di questa organizzazione europea per il libero scambio fanno parte Norvegia, Svizzera e altri piccoli paesi); per non parlare di quel Consiglio d’Europa che nulla ha a che fare con la Ue e che esiste dal 1949, riunendo adesso ben 47 stati con l’obiettivo di tutelare democrazia e diritti umani. Il risultato è che Bruxelles non può più pretendere di monopolizzare l’Europa.

È a questo punto chiaro che “c’è vita dopo la Brexit”, e non sarà necessariamente una vita più agra di quella che avremmo vissuto se i britannici non avessero avuto il coraggio di alzare la testa. La Brexit ha scalfito il ridicolo mito dell’unificazione europea, ricordando che uno dei tratti dell’identità europea sta proprio nel suo saper combinare una forte comunanza valoriale e una pluralità di ordinamenti politici e giuridici (fin dal tempo degli iura propria dell’età medievale).

Ancora una volta gli europei tutti devono essere grati al contributo proveniente dalle isole britanniche, che dopo aver svolto – in passato – un ruolo cruciale nella sconfitta di Napoleone e di Hitler ora hanno ostacolato in maniera assai seria ogni cancellazione del diritto a governarsi da sé.

Le note con cui Thomas Arne ha musicato God save the King possono essere ascoltate in tutta Europa, oggi, con una qualche gratitudine.