di DAVIDE LOVAT

La crisi di Governo a Roma potrebbe risolversi con un reincarico al prof. avv. Giuseppe Conte, cosa che sembra probabile, oppure a un’altra soluzione che permetta di continuare la Legislatura con soddisfazione di tutti, compresa l’opposizione che sta comoda a crescere nei sondaggi in silenzio e prende stipendio senza doversi assumere responsabilità in questo difficile momento. Le morbide proteste dei leaders della Destra italiana sono rivelatrici di questo retropensiero.

Tuttavia, almeno come caso ipotetico su cui ragionare, ci potrebbe essere lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica e la convocazione delle urne, ovvero il ritorno al voto politico. E qui si apre un problema grave, non dibattuto e troppo facilmente liquidato con la “disaffezione alla politica”: la crescente percentuale di astensionismo che riguarda almeno un cittadino su tre ed è in crescita.

La verità non è così banale, in realtà. Vero è che c’è chi si astiene per disaffezione e chi per protesta, ma esiste anche una larga fetta degli astenuti che non ha rappresentanza possibile nell’offerta politica dei partiti esistenti, a causa di una legge che ostacola la nascita di nuove formazioni che non scaturiscano direttamente da scissioni parlamentari. Infatti, mentre per iniziative prese da persone già elette bastano poche e semplici formalità per presentare una nuova lista alle elezioni, per un partito nato sul territorio, con iniziativa dal basso, sono previsti gravami pesantissimi e quasi impossibili da superare, come diffuse e corpose raccolte di firme in tempi ristretti, senza la possibilità di agire per via telematica.

Ma perché non è sufficiente la proposta politica esistente, fatta di Sinistra e Destra, e con il Movimento 5 Stelle comunque dimostratosi nello stesso ambito? Semplice: sono tutti partiti statalisti e nazionalisti italiani. Non c’è rappresentanza per le idee della tradizione popolare, non c’è una reale offerta liberale, non c’è nemmeno spazio per un’idea europea diversa da quella filo-unionista della Sinistra o da quella antieuropea e sovranista della Destra.

Un partito che sia conservatore nei valori etici, liberale in quelli economici, favorevole allo “Stato minimo” e al decentramento amministrativo e fiscale, favorevole all’integrazione europea nel senso della Comunità di popoli e del riconoscimento di tutte le patrie non ancora autodeterminate, semplicemente non c’è. Lo studio delle tendenze culturali ed elettorali dimostra che ce ne sarebbe la domanda, ma non è resa possibile l’offerta.

Venendo al Veneto, la situazione è drammatica dal punto di vista della rappresentanza democratica.

C’è una Sinistra da sempre marginale e fuori sintonia rispetto a quelle che sarebbero le esigenze di una “Sinistra veneta”, non soggiacente ai temi dell’agenda “liberal-radical”, ma plasmata sul modello socialdemocratico dei Paesi di area tedesca (Germania, Austria, Svizzera, Rep. Ceca, Slovenia); questo la condanna alla perpetua irrilevanza, perché i veneti sono diversi dagli italiani, culturalmente e socialmente.

C’è la Destra che è fagocitata dalla Lega, è perennemente alla ricerca di un “capo” in Lombardia (ieri Berlusconi e Bossi, oggi Salvini), un partito nel quale convivono persone ancora in camicia verde, altre col vessillo marciano tra le mani e altre ancora fieramente sventolanti il tricolore e inneggianti alla retorica alpina; e si stanno presentando pure preoccupanti rigurgiti di autoritarismo che si convogliano verso il partito nazionalista italiano Fratelli d’Italia.

L’area sopra descritta, un centrodestra moderato e moderno, evoluto nella corrente di pensiero conservatore (che non significa affatto retrogrado) e moderno nella proposta di riforma europea, perché in essa vede la prospettiva di maggiore libertà dall’Italia come cittadini veneti d’Europa, semplicemente non c’è. E “il Sistema” si guarda bene dal concedere spazio con regole meno stringenti.

Esiste poi anche una componente che rifiuta il voto in modo aprioristico, per protesta, e che non capisce che così facendo si autoghettizza e lascia il campo perpetuamente ai propri nemici. Essa si commenta con la rilevazione della sua effettiva efficacia: irrilevante.

Finora i tentativi di riunire in modo serio le componenti non rappresentate sono falliti, un po’ per la smania frettolosa di avere risultati immediati, un po’ per la vanagloria ambiziosa di chi si accosta alla politica per emergere e comandare, anziché per servire umilmente la propria gente. Eppure uno sforzo di buona volontà andrebbe tentato davvero, per non dover guardare tutte le elezioni da spettatori, come fa il tifoso di una squadra assente mentre guarda i campionati mondiali di calcio.

La rappresentanza delle proprie idee, magari in un contenitore più ampio di quelle e basta, è un diritto. Cercare di costruirne i presupposti è un dovere, se si crede nella democrazia nonostante i tempi gravi, e grami, che stiamo vivendo.