di CARLO LOTTIERI

La sinistra si è fatta autoritaria, triste, risentita: vive di delazioni, risentimenti, questure e tribunali, marche da bollo e museruole d’ordinanza.

Le vicende di questi giorni, che vedono i progressisti schierati a difesa delle misure più repressive (a partire dal carcere domiciliare imposto agli italiani dalle ore 22 alle 5), confermano quanto è chiaro da tempo a chi ha occhi per vedere: e cioè che non rimane più nulla di quella sinistra libertaria e contestatrice che aveva confusamente animato il dibattito politico degli anni Sessanta.

In un bel film del 2020, diretto da Aaron Sorkin e intitolato “Il processo ai Chicago 7”, viene illustrato un pezzo di quel mondo. Sette americani finirono infatti in tribunale, e furono anche condannati a pene detentive, per avere organizzato una manifestazione, in occasione di una convention del Partito democratico, per spingere gli Stati Uniti a ritirarsi dal Vietnam.

Quell’universo di idee, largamente influenzato dalla contro-cultura, davvero non ha nulla a che fare con lo stalinismo in doppiopetto dei progressisti odierni. Mezzo secolo fa, un giovane poteva comprensibilmente essere attratto dalla sinistra perché lì percepiva una certa aria di libertà, sovversione delle regole, vivace spontaneità. Il repertorio ideologico di quei movimenti era spesso dominato da banalità e sciocchezze, però quei giovani apprezzavano le contestazioni indirizzate al carattere austero e moralistico della vita borghese, a quell’autoritarismo che imponeva regole senza darne la ragione, a un certo modo assai rigido d’intendere i rapporti sociali. In larga misura, il Sessantotto fu questo: un tentativo di uscire da schemi giudicati stantii.

Quella sinistra esibiva le bandiere rosse e spesso credeva pure di essere marxista, ma poi amava le serate in compagnia, il teatro d’avanguardia, la scoperta dell’Oriente e delle culture più lontane, il rock e il cinema americano. In quell’universo, che si voleva «alternativo» e «fuori dalle norme», una certa vena hippy c’è sempre stata, così come era chiara l’insofferenza per il rigore burocratico del comunismo togliattiano e dei suoi epigoni ancor più ingessati in strategie volte alla conquista del potere.

Oggi tutto ciò è sparito. Pure gli interpreti di quegli anni sono invecchiati male se adesso non hanno nulla da dire contro questa carcerazione generalizzata, contro il regime poliziesco costruito sfruttando il virus, contro questo conformismo che prende per oro colato le parole di un minuscolo gruppo di scienziati, quasi sempre disinformati su tutto ciò che non siano microbi e malattie.

Pure chi non ha mai amato la sinistra dei gruppuscoli estremisti e della fantasia al potere deve riconoscere che quanti ascoltavano i cantautori «impegnati» e partecipavano a riunioni fiume sul superamento della «repressione capitalistica» mai avrebbero accettato questo slittamento progressivo verso l’abolizione di ogni spazio di libertà personale. Avrebbero messo a ferro e fuoco le città se un qualsiasi Cossiga o Rumor avesse impedito loro di uscire di casa dopo le dieci di sera.

Tutto è cambiato. La sinistra si è fatta bigotta, autoritaria, triste, risentita: vive di delazioni, risentimenti, questure e tribunali, marche da bollo e museruole d’ordinanza. E’ una sinistra di parastatali entusiasti del Covid-19 (perché possono stare a casa e fingere di lavorare in smart working), di delatori che sono pronti a chiamare i vigili urbani se sentono troppe voci nell’appartamento a fianco, di sbirri nell’anima che passano la giornata a rimproverare quanti camminano da soli e distanti dagli altri senza usare la museruola d’ordinanza. Un epilogo davvero desolante.

(pubblicato da Il Giornale, 27 aprile 2021)