di DAVIDE LOVAT

L’uscita del Regno Unito dall’UE sancita dalla Brexit si è compiuta. Dal 1° gennaio 2021 gli Stati Membri sono diminuiti di numero e si è verificata per la prima volta la possibilità di recesso dall’UE, prevista e introdotta dall’art.50 del Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009.

L’inevitabile conseguenza dell’uscita di uno dei 4 Stati più popolosi (con Germania, Francia e Italia), membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e potenza militare nucleare, sarà un ritorno al passato continentale, con Germania e Francia che si contendono il predominio sul resto d’Europa e l’Italia come terreno di scontro economico e politico per spostare l’ago della bilancia in favore della Germania, oppure per mantenere l’equilibrio come adesso che l’influenza prevalente su Roma viene esercitata da Parigi.

Quest’ultimo elemento, assommato alla questione scozzese che si riaccende con vigore per il desiderio della Scozia di far parte dell’Unione Europea – e di percorrere quindi la strada della rottura dello Union Act del 1707 che la renderebbe indipendente – è di particolare rilevanza politica per la nazione veneta, almeno se questa avesse una classe politica che si concepisse come rappresentante di tale natura e non come amministratrice locale italiana.

Infatti, l’orbita economica dei territori veneti è, dalla rivoluzione industriale in poi, orientata alla Mitteleuropa, al mondo tedesco e slavo, di cui il Golfo di Venezia è lo sbocco naturale sul mare Adriatico, anziché alla Francia, la quale è partner naturale delle terre italiche che sono orientate prevalentemente da sempre sul mar Tirreno.

Legare la questione scozzese alla questione veneta sarebbe dunque logico dal punto di vista geostrategico. Viceversa, per il diverso status giuridico costituzionale, è la questione catalana a presentare maggiori affinità, poiché la Catalogna come la Venetia (grosso modo Veneto + Friuli Venezia Giulia) dovrebbe secedere da uno degli Stati Membri per ottenere poi il riconoscimento internazionale come nuova entità sovrana, mentre la Scozia sarebbe subito tale nel momento in cui venisse abolito lo Union Act.

Ciò considerato, la visione storica d’insieme impone di ragionare in termini di “indipendenza nell’interdipendenza” poiché le categorie dei secoli XIX e XX sono state superate dall’evoluzione della Tecnica e dal processo di globalizzazione. Spingere in direzione dell’Europa dei Popoli altro non è che riportare al centro del processo di integrazione europeo, necessario in modo indiscutibile, lo spirito originario della CEE e dell’Euroregionalismo, presente nei trattati e nelle istituzioni UE, per far opposizione al nuovo modello che mira alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa, di stampo tecnocratico e dirigista come nella peggior tradizione storica recente di Germania e Francia.

Ecco che pertanto sarebbe auspicabile una presa di coscienza innanzitutto storico-politica sul momento che viviamo; quindi economica di sistema, per costruire qualcosa di compatibile col nostro modello produttivo e commerciale; infine pratica, per dare vita a una “Cosa Veneta”, aperta e non localista che sostituisca il leghismo, ormai geneticamente modificato ed evoluto in Destra Statale Italiana e perciò inadeguato a rappresentare gli interessi della Repubblica Veneta (“res publica” è concetto che va rivalutato e ricompreso) e del popolo della Venetia.

Agire nella direzione di cercare una sponda nel mondo politico ed economico mitteleuropeo è probabilmente l’opzione politica più sensata, forse l’unica ad esserlo davvero, per promuovere l’emancipazione del popolo veneto in un contesto virtuosamente europeo, proiettato al futuro, pacifico e a democrazia partecipativa che somigli in modo crescente al modello svizzero, o anche austriaco volendosi accontentare, e si allontani invece da quello francese e italiano.