di DAVIDE LOVAT

Le vicende romane sono giocoforza d’interesse diretto veneto, fintanto che perdura l’attuale condizione geopolitica, e quello che sta accadendo nella città eterna in questo inizio di 2021 va compreso alla luce della situazione europea e mondiale, per adeguare comportamenti e intelletto alla realtà anziché al mondo dei sogni.

Il Governo “Conte bis” è caduto, su iniziativa di Renzi chiaramente eterodiretta da poteri sovranazionali. Il Presidente della Repubblica Italiana ha incaricato il dottor Mario Draghi di dar vita a un nuovo esecutivo che si assuma il compito di affrontare il difficile periodo che ci aspetta già dai prossimi mesi.

A fine marzo 2021 infatti cesserà il blocco ai licenziamenti e una vera e propria “bomba sociale” rischia di esplodere. Lo Stato italiano è derelitto, devastato da 10 anni di governi di Sinistra (la presenza di un anno anche della Lega è stata irrilevante, mentre il M5S si è alla fine palesato nella sua essenza di partito smaccatamente di Sinistra) e non ha le risorse per far fronte ai bisogni immediati, acuiti dalle misure di restrizione applicate per l’emergenza sanitaria che in questo Stato hanno varcato perfino il limite della violazione dei diritti umani fondamentali, causando danni irreparabili.

In questa situazione, i circoli di potere che comandano in UE – e non solo – hanno deciso di calare dall’alto il “deus ex machina” Mario Draghi con il compito di gestire i soldi del Recovery Fund e di far digerire all’Italia anche il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), stumenti con i quali l’Unione Europea porrà il sigillo sull’attività governativa anche dopo le elezioni del 2023, poiché chi andrà al Governo (verosimilmente toccherà al Centrodestra) sarà obbligato a rispettare le condizioni che il “Governo Draghi” sottoscriverà con l’approvazione di quasi tutte le forze politiche.

Scacco matto al sovranismo anti UE, con la Meloni e i suoi che dovranno decidere cosa fare, ovvero se entrare in un futuro Governo di Centrodestra obbligato al rispetto dei vincoli europei, oppure consegnare ancora il Paese ai mondialisti progressisti a trazione PD. Ma questi sono problemi di chi si sente “fratello d’Italia” e passiamo oltre.

In questa situazione si è messa a nudo l’inconsistenza dei parlamentari veneti, semplici gregari portavoti dei leaders di partiti che hanno il loro centro d’interessi altrove, peones incapaci della minima elaborazione di un pensiero strategico; lasciamo direttamente perdere l’ambito delle idee per una visione del mondo sistematica in campo morale, economico e sociale, cose per le quali serve uno spessore intellettuale temprato su solidi studi, tutti requisiti mancanti a chi viene cooptato in Veneto e Friuli dai partiti milanesi e romani proprio con il criterio di avere a disposizione dei meri “schiacciabottoni a comando” nelle aule parlamentari. Era l’occasione per fare sistema, per servire compatti la propria terra chiedendo qualcosa di ragionevole in cambio del proprio sostegno; invece tutti zitti e coperti a obbedire ai loro capi. Non è questo il senso dell’elezione a parlamentare che rappresenta il popolo nella sua interezza. Ma tant’è, non lo abbiamo scoperto oggi.

La situazione che va a determinarsi obbligherà finalmente a maturare una visione europea e per i veneti, eternamente in ritardo nel capire le dinamiche di cambiamento della politica, è l’occasione di formulare proposte alternative al leghismo ormai decotto e sconfessato dalla Storia. Ragionare in termini di “cittadini veneti europei” è l’opportunità per coniugare le legittime aspirazioni all’autogoverno nel vero campo in cui si giocano che non è lo Stato italiano, con la sua Costituzione rigida, ma è l’Unione Europea che ha nei suoi trattati la previsione di un regionalismo spinto. Il fatto che negli ultimi anni sia invalsa una linea politica di stampo “unionista” non significa che l’ideale di “Europa dei popoli” sia superato o sconfessato: le istituzioni europee conservano intatte le impronte in quella direzione e dipende solo dal consenso popolare la possibilità di orientare le istituzioni da una parte o dall’altra.

Dunque dovrà sparire dalla bocca dei veneti il “mi no voto parché no riconosso l’Italia”, in quanto la realtà politica dei territori veneti è inserita nel contesto dell’UE e là si gioca. L’Italia è ormai un concorrente territoriale da superare. Si può anche non votare alle politiche italiane, se non si è rappresentati, ma l’ordine ulteriore rispetto a quello regionale è necessariamente quello europeo, nell’ambito del quale va costruita la proposta per l’autodeterminazione – eventualmente fino all’indipendenza – assieme agli altri “popoli senza Stato” presenti all’interno degli Stati Membri dell’Unione Europea.

La Storia va in quella direzione, bisogna mettersi al passo, adeguando le cose all’intelletto (“ADAEQUATIO REI ET INTELLECTUS” – San Tommaso d’Aquino) che è principio di verità.