di DAVIDE LOVAT

Ogni anno, in maniera peraltro sempre crescente e col rischio – dibattuto in seno alla Comunità Ebraica – di generare rifiuto da sovralimentazione, alla fine di gennaio viene celebrato il “Giorno della Memoria” che ormai dura una settimana a reti quasi unificate. Giusto fare memoria, sacrosanto ricordare il male compiuto dai regimi nazista tedesco e fascista italiano, magari sarebbe il caso di tener presente che di genocidi ce ne sono anche in corso, che di totalitarismo si cominciano a vedere i semi nel mondo presente con la censura contro il pensiero non in linea con i dettami dell’ideologia mondialista progressista e che in UE in questo momento ci sono prigionieri politici, come gli indipendentisti catalani, assolutamente pacifici e democratici, detenuti nelle carceri spagnole.

Comunque è ammirevole il modo in cui i Giudei alimentano la memoria della Shoah, sia dei loro morti, vittime della cattiveria neopagana tedesca e della grossolana stupidità dei fascisti italiani, sia dei loro aguzzini per farli conoscere per quello che davvero furono, cosa che fa sempre interrogare – anche oggi, dato che i nostalgici di quei regimi non mancano – sul dilemma se sia peggiore un cattivo o uno stupido, e se una cosa escluda l’altra in ultima e profonda analisi. Sul modo di tenere desta l’attenzione sulla memoria va reso onore a quel popolo sottoposto a tanta brutalità.

Di certo i Giudei, così come ogni altro popolo che faccia memoria di persecuzioni o fatti dolorosi subiti come popolo (si pensi al genocidio armeno o alla piaga della fame ucraina sotto Stalin, ma anche ai più limitati “bloody sundays” irlandesi o alla “Diada” catalana), nel fare memoria non idolatrano i loro persecutori, perché per fare questo bisognerebbe unire in modo inverosimile ignoranza, sindrome di Stoccolma e totale mancanza di amor proprio, fino a rasentare il ridicolo.

Inverosimile, abbiamo detto? Eh, purtroppo no! Purtroppo c’è un popolo nell’universo, per quanto possa sembrare del tutto assurdo, che ha motivi di fare memoria di fatti gravissimi, come la perdita dell’indipendenza e l’etnocidio culturale, lo sradicamento identitario e perfino fisico con l’emigrazione subita come conseguenza di un dominio vessatorio. Questo popolo millenario, una volta fiero, purtroppo è il mio: il popolo veneto.

Nel 1797 Napoleone Bonaparte – il Grande Infame, come lo chiama senza mai pronunciarne o scriverne il nome l’illustrissimo avvocato veneto Ivone Cacciavillani – applicò il suo proposito che diceva: “Sarò un Attila per la Repubblica di Venezia” e ci tolse la libertà e l’indipendenza, oltre a derubarci di un patrimonio artistico immenso (la refurtiva è ancora sparsa fra musei francesi e italiani, l’oro è stato usato). E’ per causa sua se poi siamo finiti prima sotto gli Asburgo, per 50 anni, poi sotto i Savoia, per 80 anni, infine sotto gli italiani dal 1946 a oggi.

I veneti dovrebbero fare memoria del 12 maggio 1797 con una festa simile alla Diada catalana, da celebrare fino al giorno in cui non rinascerà una terza repubblica veneta. Dovrebbero applicare la “damnatio memoriae” verso il Grande Infame. E invece? Invece a Palazzo Correr, museo veneziano, c’è una statua dedicata al generale corso; ad Arcole e Rivoli, centri veronesi di battaglie vincenti dei francesi, il nome dell’aguzzino viene celebrato dalle Pro Loco. A Rivoli, addirittura, è di questi giorni la notizia che si vogliono accettare i soldi promessi dall’Ambasciata di Francia per restaurare il monumento memoriale a Napoleone. Un monumento in piazza! Con le autorità felici e la popolazione che – inconsapevole dei tremendi lutti patiti per colpa di quell’essere dalla gente veneta, veronese in special modo – si risente delle critiche sollevate da chi non vuole cancellare la Storia, secondo gli interessi degli occupanti. Per loro sarebbe addirittura “un motivo di pregio” la memoria napoleonica che “porta turismo e visibilità”.

Tante volte mi sono chiesto come sia stato possibile che un popolo devoto come quello veneto abbia sviluppato la brutta piaga della bestemmia e la prima risposta è sempre questa: c’è tanta ignoranza. Poi però ce n’è anche una seconda: quando sei circondato da tanta ignoranza da arrivare a celebrare il tuo aguzzino, colui che fu la causa di tutti i tuoi mali politici attuali, anche al più buono viene un moto di rabbia difficile da sopprimere e deve fare ricorso a tanta fede per non scadere nell’improperio blasfemo. Pensare alle autorità di Rivoli Veronese e ai cittadini di quel Comune, poco lontano dal Lago di Garda, che si vantano di avere una via centrale a Parigi dedicata a loro (Rue de Rivoli, che collega il Louvre a Place de la Concorde, fiancheggiando Les Jardins de la Tuilerie) e che ritengono un motivo di pregio fare un memoriale al Grande Infame, è qualcosa di inconcepibile in tutto il mondo e che spiega perché i veneti ancora non siano pronti a parlare di autodeterminazione del proprio popolo: semplicemente, almeno in maggioranza, non sanno nemmeno di esserlo, un popolo, non sanno nemmeno chi sono.