Alcune terribili notizie di cronaca hanno funestato gli ultimi giorni, con fatti di tragedie familiari dove genitori disperati hanno coinvolto anche i figli nei loro gesti estremi. A questi si è aggiunto anche l’ennesimo suicidio di un imprenditore in difficoltà, aggiungendosi all’innumerevole lista delle vittime della crisi economica ormai perdurante da anni e aggravata dall’emergenza sanitaria.

Come già più volte rilevato dalle statistiche demografiche che si occupano di questi aspetti sociologici, i veneti reagiscono ai periodi di crisi con la depressione e la violenza verso se stessi, anziché con la ribellione sociale o con l’aumento degli episodi di violenza verso gli altri, come accade – e puntualmente viene registrato dalle statistiche – per altre popolazioni.

Le ragioni che portano a queste conseguenze anziché ad altre, magari opposte nel bene o nel male, sono molteplici (tipo di educazione, di valori familiari, di socializzazione primaria e secondaria, eccetera) e c’è chi ne ha scritto dettagliatamente, anche in tempi non recentissimi e prima della crisi attuale, ma non è il punto che interessa questo articolo. Il punto che ci interessa è la pervicace refrattarietà a prendere in considerazione la politica come elemento di rivolta contro un sistema iniquo, anziché solo e sempre come “modo nostro” di conservare il sistema stesso. Ieri attraverso la DC, anche quando di cristiana era rimasta solo la denominazione, oggi e da 30 anni attraverso la mutante LEGA che nulla è riuscita a fare, in tutti questi anni, per riscattare i veneti dalla subalternità cui l’Italia li ha relegati fin dall’annessione del 1866.

La mentalità diffusa è siffatta: se le cose vanno male, le colpe sono da cercare nell’ambito privato e sempre in quell’ambito deve esserci la soluzione con la punizione. L’ambito politico non è mai considerato, se non per alcuni come fonte di guadagno ancora privato. L’idea di coalizzarsi per ribaltare il tavolo e cambiare sistema è considerato qualcosa da vituperare, una follia per teste calde, tutt’al più una chimera; il massimo della spinta al cambiamento arriva a concepire un sistema “nostrano” dell’apparato statale italiano, in un rapporto di vassallaggio che consenta un minimo di autonomia nemmeno decisionale, ma solo gestionale; la fiducia nella Giustizia istituzionale è pari a zero, e su questo fronte i motivi sono stati dati a piene mani dal regime italiano in un secolo e mezzo, pertanto i veneti vanno capiti e compatiti su questo aspetto.

Alla fine, di fronte a una crisi che toglie le risorse per vivere e in un contesto dove i valori cristiani sono in forte depauperamento, resta la disperazione che porta, nei casi più estremi, alle tragedie umane che lasciano tutti costernati e con un senso di impotenza, quasi di colpevolezza o di corresponsabilità, che ti privano di ogni energia e ti lasciano seduto in silenzio, con le mani in testa.

I veneti hanno tutti i motivi per ribellarsi – e l’elenco è tanto lungo quanto dettagliato e arcinoto che non serve ripeterlo – ma piuttosto di farlo si tolgono la vita. No, questo articolo non è scritto per esortare ad alzare il capo o a fare chissà cosa. Questo articolo è scritto col dolore provato a ripensare a quanti suicidi ci sono stati negli ultimi 10 anni in questa martoriata terra, dove vive un popolo che tra la lotta per la libertà e il suicidio, sceglie il suicidio.