Riceviamo e volentieri pubblichiamo le considerazioni del prof. Daniele Trabucco sulla crisi di Governo in Italia, poiché quanto accade a Roma ci riguarda, volenti o nolenti.

di DANIELE TRABUCCO (Docente di Diritto Pubblico Comparato)

“Provocare la crisi é un grave errore politico”, ” gli italiani non capirebbero”, “inspiegabile” etc.. sono le espressioni che si sentono ripetere in queste ore. Partiamo da un dato giuridico: lo stato di emergenza sanitaria di per sé non preclude la possibilitá che una forza di maggioranza, la quale sostiene l’attuale Esecutivo, possa non condividerne l’indirizzo politico e, dunque, aprire una crisi di Governo extraparlamentare. Pertanto, nulla osta sul piano costituzionale.

Il segretario nazionale di Italia Viva, il senatore Matteo Renzi, puó non piacere, ma ha giocato abilmente le sue due carte. La prima uscendo dal Partito Democratico ben consapevole che i suoi gruppi parlamentari alla Camera dei Deputati ed al Senato della Repubblica sarebbero stati fondamentali per la permanenza in carica del Governo. Questa posizione gli consente ovviamente di “alzare la posta” anche in vista di un rimpasto o di un nuovo Esecutivo senza Giuseppe Conte. La seconda inchiodando il Movimento 5 Stelle ed il Partito Democratico in merito ai contenuti discutibili del c.d. “Piano di ripartenza e resilienza” che dovrebbe gestire i 209 miliardi di euro da reperire, da parte della Commissione europea, sui mercati ed al MES.

Beneinteso: una eventuale crisi non significherebbe automaticamente elezioni. Il Presidente della Repubblica, com’é noto, dovrá valutare se sussiste una convergenza di alcune forze politiche idonea ad esprimere un nuovo Governo che arrivi al 2023, scadenza naturale della XVIII legislatura. Chi, peró, ha interesse in questo momento, con l’applicabilitá della legge costituzionale n. 1/2020 che ha ridotto il numero dei parlamentari, ad andare a votare?

Dall’analisi contenuta nel rapporto Cerved Pmi 2020 emerge che il complesso delle imprese private italiane, quindi non solo quelle di piccole e medie dimensioni, rischia di bruciare 1,4 milioni di posti di lavoro entro la fine del 2021, con una riduzione del capitale di 47 miliardi, “qualora, cessate le attuali misure di sostegno (peraltro insufficienti), non ci siano prospettive di rilancio”. Con nuovi lockdown, le persone che rischierebbero di rimanere senza lavoro salirebbero a 1,9 milioni, mentre la distruzione di capitale arriverebbe a quota 68 miliardi. Davvero il Piano, ossia altro debito pubblico, sará in grado di assicurare questo rilancio una volta venuta meno la sospensione del Patto di stabilitá e crescita e il divieto di licenziamenti (ad oggi prorogato a marzo 2021)? Forse gli italiani capirebbero….e valuterebbero altre soluzioni politiche.