In questo periodo di emergenza sanitaria siamo tutti sottoposti all’ossessionante propaganda governativa che ripete, come in un mantra tibetano, la parola “vaccino” in tutte le sue declinazioni e applicazioni. Ma siamo sicuri che non sia solo per questo argomento che la democrazia è di fatto sospesa e incanalata in binari prestabiliti?

Il dibattito politico dovrebbe svilupparsi su tutti i fronti, in una democrazia dove al popolo venga riconosciuto un ruolo che non sia solo quello di telespettatori chiamati di tanto in tanto al televoto, ovvero quando i sondaggi danno sufficienti garanzie che le cose si possano comunque aggiustare in Parlamento, se proprio la massa non esegue con precisione le indicazioni date con i sondaggi pilotati dei mesi precedenti.

Invece noi assistiamo, almeno nell’ambito della Repubblica Italiana a cui le terre venete sono sottomesse, a una riduzione del dibattito politico essenzialmente su 5 temi, quelli prioritari dell’agenda mondialista dei liberal-progressisti. Essi sono:

  1. Il Global Warming e le connesse politiche della Green Economy
  2. Agenda Arcobaleno, con il corollario di iniziative contro la famiglia, la paternità, la maternità, e a favore della galassia LGBTIQ+etc.
  3. Immigrazione dall’Africa e dall’Asia
  4. Politiche malthusiane, con accento su aborto ed eutanasia
  5. Introduzione di misure rivestite di paternalismo per la salute e la sicurezza, ma tendenti a sottoporre le persone al dominio della Tecnologia e della Medicina

La trattazione di questi argomenti è proposta secondo il modello “amico/nemico”, “buono/cattivo”, “civile/incivile”, “democratico/fascista”, “istruito/ignorante”. Vale a dire che chi aderisce pedissequamente alla linea liberal-progressista appartiene alle categorie positive, chi dissente non viene nemmeno messo nella condizione di esprimere le sue motivazioni perché è aprioristicamente incasellato nelle categorie negative.

A sostegno di questa strategia ci sono istituzioni potenti come l’Unione Europea, perfettamente allineata nei suoi due gruppi parlamentari preponderanti e ancor più nella sua gerarchia di cariche a nomina; come lo star system e l’establishment mediatico, opportunamente pilotati e nei quali le poche voci dissonanti sono previste e lasciate esprimere entro certi limiti per dare una parvenza di pluralismo; infine da 8 anni anche la gerarchia della Chiesa Cattolica che, fino al 28 febbraio 2013, era il grande baluardo che resisteva sui temi etici e sociali all’ideologia liberal-progressista.

Una trattazione sistematica dei 5 temi va fatta in altra sede. Qui basti riflettere sul filo rosso che unisce i 5 punti, ovvero la sottomissione dei popoli allo strapotere dello Stato che, con leggi progressive, si prefigge di imporre: il controllo dell’alimentazione (punto 1) e dell’accesso alle risorse, la distruzione della rete sociale di famiglie e comunità (punto 2) con la riduzione dei cittadini a monadi e a meri consumatori, la cancellazione delle culture tradizionali e del patrimonio di consapevolezza che recano in dote (punto 3), il dominio sulla vita e sulla morte finalizzato alla pianificazione demografica (punto 4) secondo i desiderata dei potenti, infine il controllo totale di ogni forma di dissenso attraverso la paura, l’ipocondria e l’intimidazione (punto 5).

In queste condizioni riuscire ancora a parlare di fiscalità, di territorio e urbanistica, di diritti politici, di impresa e lavoro, di scuola e formazione, di autodeterminazione dei popoli e delle persone, di progettazione del futuro sia politico che sociale, diventa proibitivo. Riuscire a fare comunità, a riconoscersi in valori condivisi, a sviluppare ragionamenti e a far circolare idee è quasi impossibile e non solo per la limitazione alla libertà di movimento che ci è stata imposta con il pretesto della pandemia.

Questo articolo non propone una soluzione, perché ciò richiederebbe tempo e spazio in eccesso. Propone invece di riflettere, di far mente locale sul problema e di cominciare a elaborare autonomamente delle possibili vie d’uscita da questa prigione invisibile, nella quale siamo stati rinchiusi mentre badavamo ai fatti nostri.