Quando cadde il regime franchista, i catalani iniziarono un percorso di riscoperta della loro identità che ebbe nella lingua catalana il collante decisivo. Ci sono voluti 40 anni di lavoro per arrivare alla situazione attuale, dove la gente parla prevalentemente catalano e solo secondariamente il castigliano che è lo spagnolo ufficiale. Da noi nella Repubblica Veneta si parte in vantaggio, poiché le statistiche dimostrano che già adesso la lingua veneta, nelle sue inflessioni dialettali locali, è parlata comunemente dal 70% della popolazione e si tratta solo di sdoganarla come lingua, anziché considerarla dialetto. Per farlo, la componente della scrittura è fondamentale e necessaria.

Ma qui sorgono le dispute: come si scrive in lingua veneta?

Ebbene, Pagine Venete ha deciso di non seguire il modello catalano, bensì quello israeliano che meglio si adatta alla varietà di parlate locali e al carattere gelosamente campanilista della gente che vive nella nostra patria.

Quando nel 1948 fu fondato lo Stato di Israele, vi andarono a vivere ebrei provenienti dai 4 angoli della terra dopo 19 secoli di diaspora. Il collante comune era stata la religione, ma la lingua era andata perduta. I testi sacri riportavano solo l’ebraico antico, peraltro senza le vocali, che era caduto in disuso già ai tempi di Gesù e dell’occupazione romana, quando gli ebrei parlavano aramaico e l’ebraico era riservato alla liturgia; alla fondazione dello Stato d’Israele gli ebrei askhenaziti parlavano una lingua, quelli sefarditi un’altra, c’era poi lo yiddish, c’erano tanti che parlavano solo la lingua del luogo dove avevano vissuto fino a quel momento. C’era uno Stato nuovo, un popolo riunito da mille provenienze che diventava qualcosa di nuovo come un fiume formato da mille torrenti, mancava però una lingua che doveva per forza essere nuova per accontentare tutti, doveva essere radicata nella tradizione comune, ma che doveva essere anche, e soprattutto, comprensibile. Cosa fecero dunque?

Agirono con coscienza, per il bene del popolo e non per soddisfare il piacere di qualcuno, puntando soprattutto alla semplicità. Affidarono ad accademici il compito di studiare e correggere la lingua usata, pubblicando periodicamente il frutto degli studi e delle lezioni, ma al tempo stesso decisero che era importante comportarsi con tolleranza fraterna e che la buona volontà avrebbe permesso, nel giro di una o due generazioni, di dar vita a una lingua ebraica che fosse al tempo stesso fondata sulla tradizione e anche attuale.

Cominciarono perciò a scrivere sui loro giornali, nei libri, in ogni occasione possibile, nel modo che potesse sembrare comprensibile a tutti. Ancora oggi, a distanza di 70 anni, sui quotidiani principali capita di leggere la stessa parola nella stessa pagina, in due articoli diversi, scritta con delle differenze, eppure nessuno dà dell’asino all’altro. Semmai si discute e, laddove possibile, si dimostra con amore come sia motivata una forma corretta rispetto a una scorretta, ma sempre prevale la tolleranza e il principio che una lingua viva è anche in evoluzione secondo il contesto attuale.

Noi, nella Repubblica Veneta, subiamo l’occupazione culturale italiana. La lingua toscana da molto tempo ha soppiantato in ogni sede pubblica il bilinguismo dei tempi della Serenissima; inoltre molte cose sono cambiate nei due ultimi secoli: siamo passati da un mondo rurale a uno post-industriale e globalizzato, con gli inevitabili arrivi di tante parole nuove e la caduta in disuso di tante parole desuete. In breve, dobbiamo “parlar come che se magna” per renderci leggibili e comprensibili anche a chi non ha l’abitudine di approcciarsi alla nostra parlata in forma scritta. 

Questa è la funzione della rubrica che già nel titolo, “Tira fora la lengua”, invita i lettori ad abbonarsi in prima fascia a Pagine Venete per dare il loro contributo al processo di ricostruzione scrivendo in lingua veneta. Inevitabilmente ci saranno polemiche, ci saranno i puristi che lanceranno strali e scomuniche. Noi saremo più forti, con l’aiuto di tutti, e daremo una testimonianza di vitalità della nostra lingua costante, ammettendo senza problemi le varianti locali e soprattutto sapendo che le parlate della Venetia centrale, orientale e occidentale, costituiscono almeno tre filoni fratelli con però caratteristiche proprie. Esse sono una ricchezza, dalla quale nel tempo di una o due generazioni arriveremo al punto in cui sono arrivati oggi, con tolleranza e rispetto, attraverso la pratica, gli ebrei in Israele.