Politica

Condannare i catalani? Una sentenza politica e autoritaria

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
16 ottobre 2019 | 2 Minuti di lettura
(pezzo pubblicato su LA PROVINCIA di Como)
 
È una scelta scellerata quella compiuta dal Tribunale supremo di Madrid: un’istituzione formalmente giudiziaria, ma in realtà di nomina politica. Le pesanti condanne ai prigionieri politici catalani (da 9 a 13 anni) mostrano come il ceto dirigente spagnolo sia disposto a ignorare ogni appello alla ragionevolezza pur d’impedire che la Catalogna possa autodeterminarsi.
Gli esponenti della politica e della società civile catalana, in effetti, sono stati condannati per avere organizzato un referendum consultivo con il quale volevano chiedere ai cittadini se preferivano restare in Spagna oppure dar vita a uno Stato indipendente. Qualche anno prima, d’altra parte, la Corte suprema spagnola aveva annullato uno statuto di autonomia già approvato dal parlamento di Madrid e analogo a quello dei Paesi Baschi: fu chiaro, a quel punto, che per quanti avevano a cuore l’autogoverno catalano non restava altra strada che l’indipendenza.
Sul piano giudiziario, la sentenza è inqualificabile: basti ricordare che un tribunale tedesco ha considerato “inammissibile” la richiesta di estradare Carles Puigdemont. Per giudici sottratti a influenze politiche, non ci furono ribellione né sedizione.
Anche se l’Unione europea si volterà dall’altra parte e fingerà di non vedere, la decisione del tribunale ci dice comunque che il re è nudo. A dispetto degli abiti democratici, sul continente nessuno è disposto a prendere sul serio le richieste della popolazione. Soltanto nel Regno Unito si è permesso agli scozzesi di scegliere tra Londra ed Edimburgo, ma anche – in seguito – tra Londra e
Bruxelles. Nel resto d’Europa si ha paura del voto popolare e si fanno votare i cittadini solo quando li si chiama a scegliere tra un padrone e l’altro.
Nelle scorse ore a Madrid è andato insomma in scena il divorzio tra una vera concezione della democrazia e una forma statuale ormai chiusa in se stessa, prigioniera dei propri miti, dominata da retoriche patriottiche e da un nazionalismo ottocentesco. I catalani che la Spagna ha condannato si sono resi colpevoli, in effetti, di aver provato a far decidere a quella porzione di popolo se voleva
restare entro i vecchi confini oppure no. Perché quanti auspicano l’indipendenza catalana sono disposti a mettere ai voti le frontiere, legandole alle preferenze dei più. Sull’altro lato della barricata, invece, questa è una bestemmia e nemmeno s’immagina che al posto della Spagna attuale vi possano essere vari stati indipendenti.
Tale permanere di sciovinismi avversi a ogni visione consensuale deve spaventarci. Nel 1870 fu la costruzione di un nuovo confine tedesco che inglobava l’Alsazia a causare terribili risentimenti tra i francesi, che per decenni coltivarono un desiderio di rivincita a cui posero rimedio solo con un nuovo conflitto (stavolta mondiale) contro Berlino. E da noi fu il confine che per i nazionalisti
privava Roma di Trento e Trieste a trascinare nelle trincee e nell’inferno della guerra tanti giovani italiani, tra il 1915 e il 1918.
L’autoritarismo madrileno, allora, rievoca vecchi spettri e c’è solo da sperare, senza farsi troppe illusioni, che in tutta Europa si condanni una decisione così palesemente ingiusta.

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