Storia

Cultura Veneta, perchè cattolica

Andrea Favaro
Andrea Favaro
Insegnante Andrea Favaro insegna Filosofia del diritto presso la Facoltà di Diritto Canonico " San Pio X" di Venezia ed è Direttore de "L'Ircocervo. Rivista elettronica italiana di metodologia giuridica, teoria generale del diritto e dottrina dello stato".
28 gennaio 2019 | 4 Minuti di lettura

Quando si parla di cultura (in generale) è consentito recuperare al suo interno qualsiasi rivolo dell’espressione umana. E così cultura è il libro, il film, il giornale, il quadro, la statua, ma pure il convegno, la riunione, il seminario e quindi i luoghi (della cultura) e così la scuola, l’università, le accademie, ma anche le imprese, le banche, etc.

Tutti questi elementi, così variegati e pure “dispersi”, sono accomunati dall’essere espressioni proprie dell’umano. Ciascuna persona, quindi, incarna una “cultura”, in termini più o meno consapevoli. E per incarnare una cultura, anche in una dimensione inconsapevole, ciascun individuo deve essere riconosciuto come libero nell’esprimersi. E nell’esprimersi liberamente una cultura incarnata è espressione (all’esterno) dei valori che un soggetto porta dentro e sceglie di condividere (liberamente) all’interno di una comunità.

In questo “quartetto” (persona, libertà, valori, comunità) pare ipotizzabile tracciare il senso della cultura veneta che è tale in quanto cattolica. Propriamente cattolica. L’espressione pare forte, ma è tale, perché se si parla di veneto dal punto di vista storico-culturale, non si può elidere la matrice cristiana che ne è la fucina (da secoli).

E così se queste terre sono state evangelizzate partendo dalla chiesa di Aquileia (la cui metropolia comprendeva nello stesso mandamento – dato più che interessante – Padova e Vienna, Pola e Salisburgo, Monaco e Trento), con la nascita di Venezia ricevettero solamente la conferma della loro particolare matrice religioso-culturale.
Nell’immaginario del “foresto” cui capitasse, anche oggi, di percorrere le calli veneziane, come pure le vie di Treviso, Padova, Vicenza, Verona, ma anche di Asolo, Oderzo, Altino, Feltre, non può non rimanere impresso un orizzonte sempre continuo non solo di Cattedrali, Basiliche, Chiese e capitelli, ma anche di statue, bassorilievi, dipinti, edicole ed iscrizioni, espressioni tutte di un credo e, proprio tramite questo, di una cultura vitale e che ha costituito la colonna dorsale dell’identità veneta.
Se poi qualcuno obiettasse che tali caratteri (culturali) son propri anche di altre zone del mondo c.d. occidentale, si può facilmente evidenziare che quando si parla di gente veneta tale carattere non costituisce (solo) uno degli elementi caratteristici, ma probabilmente il nucleo nevralgico imprescindibile della cultura che tale gente ha espresso nei vari ambiti citati nel primo paragrafo almeno dalla fondazione di Venezia, ovvero dalla volontà di preferire la libertà e così far vincere l’istinto di sopravvivenza del popolo (cristiano) dinanzi al rischio (barbaro).
Diversamente, sarebbe arduo comprendere i fenomeni culturali di ieri e di oggi (ma in verità sociali e imprenditoriali) come quello dei Loredan che alla base del loro palazzo sul Canal Grande ha desiderato incidere sulla pietra l’origine (e la ragione) della loro “fortuna” con l’incipit del Salmo 114 “Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam” (iscrizione presente pure nella facciata del bel Palazzo Zabarella a Padova), come quello di una presenza diffusa anche oggi di associazionismo (vedi il Veneto delle diocesi con più iscritti all’Azione Cattolica o del numero più alto di aderenti agli scout Agesci) che esprime un tessuto sociale (e per questo culturale) vivo e, tutto sommato, tenuto assieme dal credo cristiano.
Se quanto detto risulta confermato, viene da domandarci se vi sia una dinamica tutta particolare nel credo cattolico veneto? Andando a fondo sul tema dal punto di vista culturale, si potrebbe teorizzare che quella veneta è una dimensione di fede sensibile, come poche altre, al paradigma della libertà.
All’interno di questa nucleo nevralgico, difatti, è possibile cogliere sia l’autonomia espressa dalla Serenissima dinanzi ai vari “diktat” che lo stato pontificio avrebbe voluto imporre nel corso dei secoli, sia il proliferare di uno spirito di iniziativa (anche economica) che non ha mai avuto bisogno di invocare la difesa di Fanfani contro l’impostazione weberiana del capitalismo quale frutto del protestantesimo, perché tale difesa era nell’evidenza del successo socio-economico che Venezia prima, e il c.d. modello nord-est poi, hanno espresso nel tempo.
D’altra parte, la dinamica di fede intessuta nel virtuosismo culturale come nel tessuto popolare veneto se hanno permesso allo stesso di riemergere un poco alla volta anche dall’esclusione e dalla crisi anche economica provocata dall’annessione all’Italia, sono forse gli elementi fondanti di un atteggiamento apparentemente passivo (sull’esempio del San Sebastiano) in verità silenziosamente attivo (sul modello di San Rocco) della gente veneta, comunità non abituata ad urlare la sofferenza propria e sventolare proteste, ma china sull’operare della quotidiana fatica.
E passando alla (cultura) politica, la cifra della “libertà” è stata pure l’elemento caratterizzante l’impegno degli uomini (cattolici) veneti a partire dalle riflessioni di Giuseppe Toniolo, nei quali costituiva il vero baluardo contro ogni forma di totalitarismo e statalismo, per proseguire nel noto “Discordo delle 27 libertà” di Guido Gonella e richiamare l’impegno di Mariano Rumor, per il quale “ci distingue e caratterizza la fiducia e quindi la difesa intransigente della libertà”.
Una difesa (intransigente) di un valore in cui si ha fiducia, in cui, quindi, si crede.
Perché? Sempre perché il popolo veneto crede e, chiediamo venia per la ripetizione, per questo motivo nutre fiducia, innanzi tutto, nell’essere umano, nella sua dimensione di creatura da rispettare, tutelare, difendere da qualsivoglia imposizione. Ecco il fiorire delle Scuole Grandi veneziane, come pure del già citato tessuto associativo ancora oggi, nonostante i segni evidenti di crisi, diffusamente sparso nel territorio. Tutte dimensioni comunitarie queste che liberamente si costituiscono col fine di aiutare gli altri e, aiutando, attribuire a se stessi una dimensione di identità. Una connessione tra libertà, fiducia e identità che l’architetto Palladio può, proprio in Veneto, esprimere al meglio con il concetto di “armonia” e lo scultore Canova riprendere nelle forme classiche sublimate all’interno del credo cristiano.
Si potrebbe approfondire ulteriormente i cenni solo appena sfiorati, ma lo spazio e il tempo non concedono che una estrema sintesi finale: la cultura veneta ha una propria identità particolare che origina da una dimensione di fede, forse come tutte le espressioni culturali umane, e questa fede, in Veneto, è quella cristiano-cattolica sperimentata nel pulsare quotidiano della libertà, del singolo come delle comunità.
Una cultura libera, quindi, perché fedele alla propria identità e che quindi, magari carsicamente, è sensibile a rendersi palese nel momento in cui più viene messa a rischio.

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