Politica

Il tradimento e la (possibile) disillusione: su Salvini e il Veneto

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
21 luglio 2019 | 3 Minuti di lettura
Il tradimento è compiuto. Sono ormai vari giorni che, dopo aver lanciato un ultimatum al governo in caso di un mancato “via libera” al progetto regionalista, Matteo Salvini tace. E si tratta di un silenzio che lascia intendere molte cose.
Innanzi tutto, è chiaro che il leader della Lega non vuole far saltare il governo, di cui oggi controlla una sorta di maggioranza “implicita” grazie all’altissimo favore popolare. Formalmente guidato da un “re travicello” senza voti né carisma, il governo attuale è sostanzialmente nelle sue mani e questo gli consente perfino comportamenti del tutto incompatibili con le regole – scritte e non scritte – del bon
ton istituzionale: come quando ha convocato le cosiddette “parti sociali” al ministero degli Interni per discutere di riforma del fisco e delle pensioni.
 
Al tempo stesso è evidente che Salvini non vuole mandare a casa Giuseppe Conte e neppure intende rompere con i Cinquestelle – ormai debolissimi – di Luigi Di Maio.
Se quindi talvolta avanza richieste che trovano una qualche opposizione, può correre il rischio di andare alle elezioni solo se è una questione per lui fondamentale. Diversamente, meglio continuare con questo governo in cui può fare il bullo quando vuole. 
 
Quella sorta di “ultimatum” salviniano in tema di regionalismo, però, era soltanto un bluff: i grillini sono andati a vedere e Salvini non aveva nulla in mano. E questo
perché al leader leghista poco importa l’autonomia di Lombardia e Veneto, e certo non vuole andare alle elezioni a causa delle frizioni su questo. Tutto ciò significa soprattutto una cosa, ed è che la vicenda di questi giorni – la quale ha affossato, tra le proteste di Fontana e di Zaia, ogni ipotesi di regionalismo differenziato – attesta una volta di più che l’autogoverno del Veneto non è davvero in cima al programma leghista; e forse nemmeno in fondo. La Lega potrebbe oggi rompere sull’immigrazione o sulla flat tax, ma non sul diritto di veneti e lombardi a governarsi da sé.
 
Era chiaro da tempo e molti l’avevano già sottolineato: il progetto strategico di Salvini punta a egemonizzare il vecchio elettorato del centro-destra da Nord a Sud, così da conquistare in solitudine il governo di Roma. Per tale ragione, oggi la Lega non può puntare su un progetto – quello autonomista – che molti nel Mezzogiorno
avversano e che gli stessi leghisti del Centro e del Sud non sostengono in alcuna occasione.
 
La Lega salviniana, che è diventata il primo partito in provincia di Reggio Calabria o in Abruzzo, non è un partito che propone l’autogoverno abruzzese o calabrese. È un
partito nazionale, in parte anche nazionalista, che promette tutta una serie di soluzioni quale interprete di primissimo livello del gioco politico italiano. È un partito che è andato al Sud per parlare di lotta all’immigrazione, e non già di federalismo.
 
Per questo motivo, è chiaro che un po’ alla volta l’equivoco leghista del Veneto, dove più forte è la volontà di gestirsi in modo libero e responsabile, ormai si sta rivelando per quello che è anche ai meno attenti. Ci vuole tempo perché quello che da sempre è chiaro a molti tra coloro che seguono da vicino la politica quotidiana si palesi anche al grosso degli elettori. E poi, certamente, c’è la necessità che si consolidi qualche alternativa su base davvero territoriale a quanti sono persuasi che un Veneto libero sia da preferirsi a un Veneto costantemente umiliato dal potere romano.
 
Non sarà allora questione di poche settimane e forse neppure di qualche mese, probabilmente, ma ormai una certa traiettoria di sganciamento del Veneto dal  “salvinismo” potrebbe già essere segnata.

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