Cultura, Società

In morte di Roberto Puliero

Davide Lovat
Davide Lovat
Giornalista Davide Lovat è nato a Feltre il 19 Dicembre 1971, ma da sempre vive a Creazzo vicino a Vicenza. Dopo la maturità scolastica conseguita nel 1990 e l’adempimento dell’obbligo militare di leva di un anno tra l’agosto del 1991 e del 1992 ha cominciato a lavorare e tra il 1993 e la fine del 2009 è stato prima agente immobiliare e poi imprenditore nel settore dell’intermediazione immobiliare. In questo periodo, a partire dal 1999 ha affiancato l’attività lavorativa allo studio e ha conseguito due lauree: la prima è la Laurea Magistrale in Scienze Politiche a indirizzo storico-politico, conseguita a pieni voti presso l’Università di Padova; la seconda è la Laurea in Scienze Religiose presso la Facoltà Teologica del Nord Est. Tra il 2010 e il 2017 è stato insegnante di liceo, dapprima al Liceo Brocchi di Bassano del Grappa e poi per 5 anni al Liceo Quadri di Vicenza. E’ autore di diversi saggi a contenuto teologico, filosofico, storico e politico, ha promosso e diretto la testata Veneto Vogue, tiene corsi e conferenze sul tema dell’autodeterminazione dei popoli, sulla storia e identità culturale e spirituale del popolo dei Veneti, sull’Unione Europea. Dal 2019 promuove lo sviluppo della testata PAGINE VENETE.
19 novembre 2019 | 4 Minuti di lettura

Non ci sono dubbi sul fatto che la TV sia un potentissimo mezzo per creare l’immaginario collettivo e l’evoluzione del sistema televisivo ha determinato un modo particolare di percepire l’ambiente secondo il suo livello di sviluppo. Chi era adolescente nella Repubblica Italiana negli anni Ottanta del XX secolo, dopo aver vissuto l’infanzia negli anni Settanta, non può dimenticare l’impatto che ebbero le TV locali prima dell’avvento del “ciclone Berlusconi”. Per chi viveva nei Territori Veneti, le emittenti di riferimento che accompagnavano i pomeriggi mentre si facevano i compiti per casa furono TelePadova, TVA Vicenza, TeleArena, AntennaTre Veneto e l’oggi estinta TeleAltoVeneto.

Nell’anno scolastico e calcistico 1984-85 chi scrive frequentava la terza media ed era ancora un appassionato di calcio che, con l’ingenuità dei ragazzini, tifava la Juventus dei campioni del mondo del 1982 – quella di Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi - nella quale militava l’immenso Michel Platini, campione d’Europa e Pallone d’Oro. Nei pomeriggi d’autunno che, come le serate nella nota canzone, sembravano eterni, c’era sull’emittente veronese di TeleArena una trasmissione geniale, antesignana delle fortunate “Mai dire Gol” e “Quelli che il calcio”, incentrata sul campionato dell’HELLAS VERONA allenata dal grandissimo Osvaldo Bagnoli, che contendeva il campionato alla grande Juventus, alla Roma di Conti, Pruzzo e Falcao, all’Internazionale di Rummenigge e Altobelli, alla Sampdoria di Vialli e Mancini, al Torino di Junior e Dossena.

Il conduttore e "one man show" era un attore locale poliedrico, un tal Roberto Puliero che, da vero Fregoli scaligero, spaziava tra Storia lontana e politica locale, tra letteratura e costume, tra lingua veneta e cronaca sportiva, e lo faceva mascherandosi, recitando, narrando, raccontando, rivelando.

Un ragazzino sveglio e curioso, assetato di sapere quale ero io, non perse una sola puntata di quella trasmissione settimanale che, per un disegno della Provvidenza, divenne il racconto di uno dei più clamorosi e impronosticabili eventi sportivi di sempre: la vittoria dello scudetto – anzi, “del Scudeto” con una sola T, alla veneta – di quella squadra dotata di individualità buone e talvolta ottime, ma non tali da imporsi se non grazie alla maestria di Osvaldo Bagnoli e alla particolare chimica che tra quei giocatori, in quel preciso momento della loro vita, si era creata.

Roberto Puliero era il cronista delle partite, che TeleArena dava in versione integrale di martedì, prima della trasmissione ricca di sketch divertenti e profondi, in epoca antecedente alla PayTV, quando le immagini delle partite erano merce rara e riservata ai grandi eventi, per cui mai riguardavano le squadre provinciali. La voce di Puliero sulle immagini registrate era professionale, ma in vicinanza dei gol del Verona veniva sostituita dalla cronaca radiofonica che lo stesso aveva effettuato in diretta la domenica, e un brivido correva lungo la schiena al cambio degli effetti sonori: “la palla dalle mani di Garella passa a Tricella, Tricella, scambia con Briegel e poi serve Bruni, Bruni allarga sulla fascia a Pierino Fanna che scambia con Di Gennaro, la palla torna a Fanna che affonda sulla destra e crossa a “nanu” Galderisi, Galderisi vede Elkjaer (cambio di tonalità) e lo serve… (mezzo secondo di arresto cardiaco e voce che diventa roca) … Elkjaer entra in area (voce che passa a tono urlato) ALE’ ALE’ ALE’ ALE’ ALE’… BUM BUM BUM BUM BUM BUM…. AMICI SPORTIVI VERONESI…. Preben Elkjaer Larsen… Il Verona è in vantaggio!

In quella squadra dove militava un portiere normale da squadra provinciale come Garella, che tuttavia nei momenti decisivi si trasformava in “Garellik” il portiere imbattuto più forte di tutti i tempi che parava con i piedi le cannonate da due metri all’incrocio dei pali (le trasferte finite 0 a 0 a Roma e a San Siro con l’Inter furono addirittura inverosimili), trovarono la loro dimensione migliore campioni come Fanna, Tricella, Di Gennaro, Fontolan, il tedesco Briegel, il danese Elkjaer Larsen, l’ottimo esterno sinistro Marangon, il minibomber “nanu” Galderisi e tutti gli altri. Ma se Osvaldo Bagnoli fu il maestro calcistico, l’opera mediatica e culturale svolta da Roberto Puliero fu altrettanto grande.

Attore di teatro, legato a una cultura di nicchia come quella veneta in un contesto ancora lontano dalla ripresa di coscienza identitaria che si respira con il nuovo millennio, le amarezze per un intellettuale di questo tipo hanno sicuramente superato le soddisfazioni, incidendo sul vissuto e sulla quotidianità.

Oggi se n’è andato, a 73 anni che sono ancora abbastanza pochi in fin dei conti. Non l’ho conosciuto di persona ed è strano, visto che da intellettuale della medesima nicchia ho condiviso l’emarginazione e la sofferenza di quasi tutti i miei simili, anche quelli della generazione precedente come lui. Ma lo capisco profondamente e gli sono per sempre grato, perché anche a lui – come a De Marzi, a Paolini, a Zanzotto, a Meneghello, ai due Belumat - devo in parte la riscoperta delle mie radici e quello che sono diventato, anche se nessuno di loro si è mai detto indipendentista veneto come sono io.

Per i miei studi di filosofia e teologia sono avverso a frasi banalmente retoriche come “la terra ti sia lieve”, “gli angeli ti accolgano con un coro”, “ora sei finalmente in pace a fare ciò che ti piace”. Ho il senso del limite davanti all’eterno e insondabile, al misterioso e tremendo, al sommamente sacro, davanti al quale trovo solo il silenzio come espressione coerente. Ma per chi rimane qua, un articolo come questo è doveroso che io lo scriva e mi piace finirlo come sono sicuro che sarebbe piaciuto anche a Roberto Puliero: “Alè alè alè alè alè… Bum bum bum bum bum bum”.

Grazie e riposa in pace. Amen.

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