Economia

Intervista a Roberto Brazzale

Roberto Brazzale
Roberto Brazzale
Avvocato Roberto Brazzale, 56 anni, avvocato, si è laureato in giurisprudenza all'Università di Padova con una tesi di diritto comunitario sulle Organizzazioni Comuni di Mercato nel settore agricolo. E' iscritto all'ordine degli avvocati di Vicenza dal 1997. Rappresenta la settima generazione della famiglia Brazzale, originaria dell’Altopiano di Asiago, la più antica d’Italia nella produzione di burro e formaggi, attiva almeno dal 1784. Ha curato personalmente la nascita e lo sviluppo della Filiera Ecosostenibile Gran Moravia e di tutti i progetti innovativi del gruppo, di cui è anche responsabile affari legali e finanza. Ha creato e cura personalmente lo sviluppo la catena di negozi al dettaglio "La Formaggeria Gran Moravia", che conta 20 negozi e 1,5 milioni di scontrini all'anno tra Repubblica Ceca e Cina. E’ Presidente del c.d.a. della società Florentis holding del gruppo Brazzale e membro del c.d.a. della società Martina s.r.l. che opera attraverso la partecipata brasiliana “Agropecuaria Ouro Branco lt.da” nel settore della carne bovina sostenibile e silvicoltura in Brasile. E’ stato per due mandati membro effettivo del “Forum for a Better Functioning Food Supply Chain” in seno alla Commissione UE; dal 1990 è nel Consiglio di Assolatte - Associazione Italiana dell'Industria Lattiero Casearia, di cui dal 2011 è membro della giunta esecutiva. Ha studiato al Conservatorio di Vicenza organo e composizione organistica con Pio Benedetto Nocilli ed al Conservatorio di Padova composizione con Wolfango dalla Vecchia. E' presidente dell'Ass. Culturale Amici della Musica di Asiago “Fiorella Benetti Brazzale” e del festival internazionale di musica “Asiagofestival”.
4 ottobre 2019 | 10 Minuti di lettura

Riportiamo di seguito l'intervista concessa dall'imprenditore veneto Roberto Brazzale alla testata Italia Oggi e pubblicata in data 2 Ottobre 2019

Domanda: Avvocato, lei ha anticipato Greta di 15 anni. Ha iniziato a piantare alberi nelle sue aziende e oggi ha raggiunto quota 1,5 milioni. Con il risultato che da oggi l'impronta di carbonio generata dalle produzioni di burro e formaggi del suo Gruppo è azzerata. Come ha avuto questa intuizione?
Risposta. Guardi, Greta io l’ho anticipata da 40 anni, perché 40 anni fa la mia generazione era già verde. Sono del 1962 e i primi movimenti ecologisti risalgono agli anni ’60. Io e i miei fratelli abbiamo sempre avuto una naturale visione per questa evoluzione: essere sempre più compatibili con l’ambiente, migliorare l’utilizzo delle risorse.

D. Anche in azienda?
R. In particolare in azienda, dove ormai abbiamo superato l’ottava generazione. Vede, quando abbiamo preso in mano la conduzione dell’attività abbiamo rivisto e rimesso in discussione tutto quel che si faceva.

D. Perché?
R. Per beneficiare delle grandissime opportunità emerse negli anni ‘90. Dopo il 1990 il mondo per noi imprenditori veneti è cambiato totalmente. Con il crollo dell’Unione sovietica il Centro Europa è tornato ad essere un’area di business praticabile, straordinariamente vocata per l’agricoltura. In particolare, lo sono le zone una volta conosciute come prussiana e dell’impero asburgico.

D. E l’Italia?
R. L’Italia non ha terra. E’ fortemente urbanizzata, ha un gravissimo deficit territoriale. Di conseguenza, poiché qualsiasi progetto innovativo sotto l’aspetto della sostenibilità ambientale necessita di un’allocazione ottimale delle risorse, che dipende dal clima e dalle risorse disponibili, questa allocazione in Italia non c’è.

D. Si spieghi meglio.
R. Guardi alle condizioni climatiche. In Repubblica Ceca il clima è mite e l’irrigazione non è necessaria. Perfetto per il latte. E il territorio disponibile è dieci volte quello italiano. L’Italia ha superficie agricola pari alla metà della media europea per abitante.

D. Ma lei questi ragionamenti li faceva già vent’anni fa?
R. Noi siamo stati pionieri in molte cose. Anche in cose di cui ancora non si discute abbastanza, ma se ne parlerà in futuro. Ad esempio, abbiamo lavorato sulla filiera ecosostenibile, imponendo ai territori in cui operiamo uno standard di sostenibilità ambientale particolarmente virtuoso. Lo abbiamo fatto dieci anni fa, quando nessuno ne parlava.

D. Dove?
R. La produzione di latte in Repubblica Ceca, che pesa per quasi il 90% della nostra trasformazione, è interamente certificata come ecosostenibile. Cosa che in Italia sarebbe impossibile, perché, come ho già detto, non ci sono le condizioni naturali per raggiungere quegli standard.

D. Però, ancora non mi ha spiegato come le è saltato in mente di abbattere le emissioni con venti anni di anticipo sul dibattito globale
R. Guardi, oggi si parla di C02, ma 15 anni fa non ne parlava nessuno. E noi non abbiamo piantato gli alberi allora per arrivare a soddisfare oggi un’esigenza che è improvvisamente emersa nel consumatore. Lo abbiamo fatto per sviluppare un nuovo tipo di allevamento, denominato “silvipastoril” (termine nato in Brasile), che prevede la riforestazione del pascolo.

D. Che vantaggi dà?
R. Riforestando il pascolo si ottiene una produzione di ossigeno otto volte maggiore rispetto alle emissioni di gas serra degli animali. Abbiamo realizzato per primi su larga scala un modello, studiato da diverse università. Il “silvipastoril" prevede la piantagione di 300 alberi per capo di bestiame.

D. In pratica avete sostituito il pascolo con una foresta?
R. Per numero di alberi è una foresta, ma con una caratteristica ben precisa: gli alberi non sono disordinati sul terreno, ma disposti in file ordinate.

D. Va bene. Ma se quando avete iniziato non avevate in testa la riduzione dei gas serra, perché lo avete fatto?
R. Per offrire una risposta ai consumatori: oltre a compensare le emissioni, questo modello aumenta sensibilmente il benessere animale, aumenta la biodiversità, aumenta la popolazione delle specie animali, essendo una foresta a tutti gli effetti. E sul piano produttivo raddoppia la produzione di carne per ettaro.

D. Dove avete realizzato questa foresta?
R. Nella nostra azienda del Mato Grosso do Sul, in Brasile, dove produciamo bovini da carne.

D. E quando avete realizzato che questi benefici ambientali si sarebbero trasformati in un vantaggio competitivo per l’impresa?
R. Man mano che realizzavamo questa meravigliosa innovazione abbiamo capito che potevamo crescere con la piantagione fino a produrre così tanto ossigeno da compensare tutte le emissioni delle nostre industrie in giro per il mondo.

D. Dove siete presenti, esattamente?
Le attività più importanti del gruppo Brazzale sono in Italia e Repubblica Ceca per il lattiero caseario, e in Brasile per la zootecnia da carne e la silvicoltura. Poi, c’è un piccolo un caseificio in Cina, vicino a Qingdao nello Shandong agricolo, per servire di prodotti freschi la nostra rete di vendita sul mercato interno cinese.

D. Insomma, per diventare ecosostenibili siete andati all’estero.
R. Inevitabile. L’idea è semplicissima: bruciare la carta politica e conservare la carta fisica del mondo; andare a fare ciascuna cosa dove riesce meglio. Ma alla fine cosa facciamo noi? Da Da secoli facciamo le stesse cose: burro, formaggio grana, paste filate, animali da carne suini e bovini. Stop. Dove siamo ora riescono migliori. La rivoluzione sta nel vivere la tradizione come evoluzione, non come freno al miglioramento; in passato i prodotti sono sempre cambiati. In meglio. L’Italia corporativa si fonda sul principio opposto e così perde infinite occasioni.

D. E con i consumi d’acqua come la mettiamo?
R. Abbiamo quantificato l’impronta idrica del nostro prodotto principale, il Gran Moravia, in anticipo rispetto a tutto il resto del mercato. Ancora oggi siamo ancora gli unici al mondo ad aver fatto e dichiarato questa quantificazione per un formaggio. Entrambi questi procedimenti, la filiera ecosostenibile e l’impronta idrica, sono certificati da DNV.

D. Al di là del valore aggiunto in termini di marketing, cosa le assicura questa scelta?
R. Foraggi migliori, più sani, latte più ricco, formaggi migliori di quelli che facciamo in Italia. La prima regola logica è allocare i processi produttivi nei luoghi più vocati, e la Moravia per il latte lo è più della pianura padana. Il clima è più mite, il fabbisogno di acqua del processo produttivo è cinque volte inferiore, le aflatossine assenti, la terra disponibile dieci volte maggiore, il carico di nitrati sul terreno sei volte inferiore. Razze di bovine ideali. Dove le risorse si offrono ottimali anche il costo di produzione è inferiore. In Italia lo stesso risultato è impensabile perché le condizioni climatiche richiedono forti irrigazioni artificiali. Ridurre il consumo d’acqua attraverso la tecnologia lo posso ottenere io come il mio concorrente del Parmigiano Reggiano, ma la diversa localizzazione geografica è immodificabile. La quantificazione genera un confronto oggettivo con la concorrenza, per meglio informare il consumatore. Ma c’è di più. Un consumo inferiore d’acqua è soprattutto un indicatore indiretto del benessere animale, della salubrità e qualità dei foraggi, del pregio organolettico del latte, tutte qualità che si riscontrano direttamente nel prodotto.

D. Sia come sia, da questo ottobre il logo Carbon Zero sarà in grande evidenza sul pack di tutti i prodotti Brazzale. Una bella leva di marketing.
R. Esatto, su tutti i prodotti. Perché la neutralità di carbonio raggiunta è del nostro gruppo. Nella sua interezza.

D. Lei, di fatto, ha ribaltato il vantaggio insito nell’origine italiana del prodotto. Non conta più l’italianità del suo grana, ma il suo contrario; producendo in Repubblica Ceca lei vanta un formaggio più ecosostenibile, anche se non legato al territorio d’origine.
R. Soprattutto più buono. Le zone tipiche sono convenzioni, il grana lo facciamo da prima che esistessero e gli italiani fanno le cose buone ovunque ve ne siano le condizioni. I miei nonni sono stati fondatori del consorzio del Grana Padano. In Repubblica ceca produciamo grana con il marchio Gran Moravia; questo formaggio è una evoluzione del Grana Padano, che abbiamo prodotto per quasi 60 anni e che oggi non abbiamo più interesse a produrre perché abbiamo il Gran Moravia.

D. Morale, lei produce simil grana?
R. Attenzione, il Gran Moravia è un formaggio grana, come lo sono il Grana padano, il Parmigiano Reggiano e il Trentingrana. Tutti sono similari tra di loro perché tutti sono dei formaggi “grana”. Il Gran Moravia è un grana volutamente non dop.

D. Non considera la denominazione d’origine un vantaggio?
R. Per l’allevatore insider, sì, per il consumatore ed il prodotto, no. Il modello dop è inefficiente perché finalizzato alla remunerazione della materia prima degli allevatori, non al miglioramento evolutivo del prodotto. Non ci vorrebbe molto per far diventare il Gran Moravia una dop europea ma non m’interessa, non ci sarebbe nessun vantaggio per il consumatore. Avremmo accesso ai fondi pubblici, ma non ci interessano, danneggiano le imprese. Le dop frenano l’adeguamento all’evoluzione della domanda e delle tecnologie.

D. In fin dei conti, ritiene che il Made in Italy sia una fregatura?
R. No, è solo marketing, che può essere molto utile se usato bene, se invece il Made in Italy viene ristretto all’origine della materia prima è di grave danno all’economia nazionale. Perché la materia prima italiana è strutturalmente deficitaria. Non può crescere. Di conseguenza, legare le produzioni all’origine della materia prima impedisce la crescita della produzione italiana, con buona pace di braccia e cervelli disoccupati.

D. In Coldiretti le vorranno un bene dell’anima.
R. Coldiretti e Confindustria sono pilastri del sistema consociativo, il tumore dell’Italia.

D. Addirittura?
R. Temo di essere l’asso di cuori nella mazzetta della Coldiretti, assieme a Giorgio Fidenato (l’agricoltore pro ogm fondatore di Futuragra). Noi lavoriamo per il consumatore e nell’interesse della collettività. Coldiretti è dubbio che operi anche solo nell’interesse dei propri associati. Mi sembra che operi di certo nell’interesse dei suoi dirigenti.

D. Cambiamo fronte. La preoccupano i dazi di Trump sulle produzioni europee, Grana padano e Parmigiano Reggiano in primis?
R. Qualunque dazio è un male per l’umanità. Ma va anche detto, che ci sono dazi espliciti e dazi impliciti.

D. A cosa allude?
R. E’ comprensibile che dopo venti anni di euro, cioè di manipolazione del cambio a favore dell’export tedesco, l’America avrebbe reagito. E’ pacifico. Perciò il male non è solo il dazio di Trump, ma anche l’euro che continuiamo a difendere senza senso.

D. Quindi, comprende Trump. Difende anche la lobby americana dell’italian sounding, che spinge per un dazio al 100% sul Made in Italy?
R. No, ma quando un’impresa non viola la legge, va rispettata. L’Italian Sounding è perfettamente legittimo e utile anche all’Italia. Non avremmo materia prima per soddisfare quella domanda, che tiene acceso l’interesse per i nostri prodotti. Poi, gli Usa sono da sempre il paese più protezionista al mondo e purtroppo l’export italiano su quel mercato è rilevante. Anche perché la cucina italiana è nata negli Usa grazie ai nostri emigranti. Paghiamo il prezzo dell’adesione alla UE. Che ci vuol fare.

D. E’ un No euro convinto?
R. Ovvio. Ogni stato deve avere la propria valuta o anche più di una valuta. Credo che sia una follia obbligare alla stessa valuta Stati che hanno natura e caratteristiche totalmente divergenti, come Italia e Germania.

D. E’ un sovranista?
R. No. Non c’è nessuno più europeista di me; siamo l’unica vera impresa europea del settore. Abbiamo metà ciclo produttivo in Repubblica ceca e metà in Italia. Detto questo, il progetto “unionista" europeo è impossibile.

D. Perché?
R. E’ impossibile pensare che paesi come la Germania devolvano la propria sovranità a un parlamento in cui sono ampiamente minoritari. Germania, Francia e Olanda non lo farebbero mai; l’Italia invece si, perché è un paese impiccato al proprio debito pubblico. E’ attaccato alla canna d’ossigeno della Bce. E’ disposto a tutto. E, non sapendo governarsi, sogna di farsi governare da altri.

D. Dunque, per lei è tutto sbagliato
R. L’euro è un progetto sbagliato, all’interno di un altro progetto sbagliato, quello dell’Unione. E portare avanti progetti sbagliati è folle. Diabolico.

D. Cosa vorrebbe?
R. L’euro va smontato il prima possibile, ma nessuno sa come fare. E va rivista l’impossibile Europa unionista a favore di una comunitaria. Smettiamola con idee ridicole, come un unico ministro delle finanze europeo. O come il parlamento europeo, che non potrà mai avere sovranità sugli stati nazione.

D. Mi sembra di capire che l’idea federare gli stati europei, come fatto negli Usa, non la convince.
R. Ogni confronto con gli Usa non ha senso: siamo 27 stati, popoli che non sanno quasi nulla l’uno dell’altro e non si capiscono tra loro. E’ l’ennesimo disastro prodotto dal costruttivismo idealista europeo.

D. Come il Risorgimento?
R. Esatto. Sono indipendentista veneto e sempre lo rimarrò. Anzi, le dico che sarei per una Reggenza dei sette comuni dell’altopiano di Asiago confederata con Venezia. Lo siamo stati per oltre 400 anni. Il modello è la Svizzera, ma non lo vogliamo ammettere.

D. Vuole l’indipendenza dell’Altopiano di Asiago?
R. E’ una mezza battuta. Certo, oggi gli stati unionisti risorgimentali non hanno senso. Sono anacronistici e dannosi. Gli stati che funzionano meglio hanno da cinque a dieci milioni di abitanti. Se ne parla, lo sa?

D. Certo. A Milano c’è un dibattito tutto teorico per la creazione di un modello di città-stato.
R. aahh, … i milanesi. Sono furbetti, inaffidabili. Parlano di autonomia e di città-stato, ma poi vogliono solo gestire lo stato centrale.

D. Dunque, non è sovranista ma ultra-indipendentista.
R. E’ il minimo, guardi. Sono convinto che l’Italia debba rivedere la propria architettura in chiave confederale: una confederazione tra stati indipendenti. Soprattutto nell’interesse delle popolazioni del Sud.

D. Del Sud?
R. Lei di dov’è?

D. Ho origini calabresi.
R. Ecco, allora mi può capire. Guardi a come un secolo e mezzo di Unità d’Italia ha ridotto il Sud.

D. Ultima cosa. Ha sentito delle sentenze della corte di giustizia Ue sul sistema delle quote latte? Che ne pensa?
R. Le quote latte le conosco come nessun altro. Nel 1996 ero responsabile della gestione quote in Assolatte. La nostra azienda ha ottenuto la prima sospensiva dal Tar Veneto per le multe non pagate. Le quote sono il paradigma del progetto europeo sbagliato, l’anticipazione di quanto succederà in Unione europea, quando collasserà l’euro.

D. In che senso?
R. Le quote sono state un disastro. Multe per 5 mld di euro e un settore devastato. Una catastrofe nella responsabilità di stato e di alcuni sindacati. Da furbetti siglavano accordi a Bruxelles pensando di eluderli in Italia. Ma non ha funzionato. E’ la fotografia di ciò che stiamo facendo con l’euro: abbiamo sottoscritto Maastricht e poi abbiamo mandato Draghi a monetizzare i nostri deficit pubblici. Questa è l’infima qualità della politica italiana e sembra ormai cifra caratteristica dello stesso stato: partecipare ai consessi internazionali portandosi dietro riserve mentali da mariuoli.

 

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