Società, Politica

La "guerra del Prosecco" non aiuta nessuno

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
28 luglio 2019 | 2 Minuti di lettura
In alcune realtà del Mezzogiorno (anche se c’è da dubitare che l’iniziativa abbia successo) è stato avviato un boicottaggio contro i vini veneti. A sostenere questa idea di bar “de-venetizzati” c’è il noto giornalista Pino Aprile, che da anni si batte, a suo dire, a difesa dei diritti di un Sud maltrattato e senza prospettive.
Tutto nasce dall’aspirazione dei veneti ad ottenere una qualche autonomia, ma certo è difficile che questa protesta sudista possa avere successo. Mentre le ideologie dividono, i mercati uniscono, e quindi si può ritenere che in Sicilia si continuerà ad apprezzare il prosecco così come in Veneto si ama il passito di Pantelleria o il nero d’Avola.
 
Soltanto chi è ossessionato da una visione manichea, buttando tutto in politica, non coglie questo dato elementare. Chi ha un ristorante, invece, deve
soddisfare i consumatori. Meglio così. Quale che sia il giudizio da darsi sul regionalismo in discussione, c’è
qualcosa di tribale nell’idea che – poiché le istituzioni venete stanno muovendosi per ottenere più capacità di autogoverno – si debba far pagare il conto ai viticultori
trevisani e anche ai consumatori meridionali. Poiché gli uni e gli altri hanno ben poco a che fare con questa diatriba tra centralisti e no.
 
Va poi sottolineato quanto sia contraddittorio e illogico un meridionalismo che denuncia il presunto sfruttamento subito da parte del Nord e, al tempo stesso, si oppone però a ogni ipotesi di divisione (politica) dei destini. Se Aprile pensa che il Mezzogiorno dia all’Italia più di quanto non riceva, tutto dovrebbe fare meno che contrastare quella che lui denuncia essere una sorta di “secessione dei ricchi”. Fosse coerente, non dovrebbe opporsi all’autonomia del Veneto, ma sollecitarla; e dovrebbe spingere per il massimo dell’autonomia possibile: fino appunto all’indipendenza.
La tesi di Aprile sui trasferimenti tra Nord e Sud è minoritaria, ma non fa nulla. Che sia il Nord a finanziare il Sud, come i più sostengono, o che sia l’opposto, come dice
Aprile, è comunque urgente mettere fine a questa ingiusta situazione.
 
Soprattutto è triste dover constatare come non si sia ancora compreso, al Nord come al Sud, che lo status quo danneggia tutti e che soltanto una restituzione di responsabilità alle realtà locali può favorire l’Italia intera. Invece che lanciarci in ridicoli conflitti sul prosecco, andrebbe allora valutato con intelligenza se l’assetto unitario aiuta gli italiani o ne impedisce la crescita, traendo da questa riflessione tutte
le conseguenze del caso.

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