Politica

La Lega nella morsa tra federalismo e nazionalismo

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
5 febbraio 2020 | 3 Minuti di lettura
L’intervista rilasciata a “La Repubblica” da Umberto Bossi, in cui il vecchio leader della Lega ha accusato Matteo Salvini di avere dimenticato il Nord, è per tanti aspetti legata al passato. In particolare, Bossi e il suo “padanismo” sono fuori tempo massimo e non c’è alcuna possibilità che quel tipo di politica
– già travolta da scandali miserevoli e dalla totale assenza di risultati – possa in qualche modo tornare attuale.
Eppure nelle parole del Senatur si nasconde un problema assai serio. Bisogna infatti chiedersi se la nuova Lega italiana che è stata inaugurata pochi mesi fa, non più settentrionale ma tricolore, sia ancora in grado di crescere. Il nuovo soggetto politico rischia in effetti di non essere abbastanza "nazionalista e di destra" se deve competere con il partito di Giorgia Meloni, e al tempo stesso non abbastanza "autonomista e federalista" se deve fronteggiare le nuove realtà regionali che stanno emergendo e che
potrebbero ottenere risultati importanti.
Per giunta il prossimo banco di prova, dopo il parziale insuccesso leghista in Emilia Romagna, sarà il Veneto, dove il consiglio regionale verrà rinnovato a maggio. In questo caso la riconferma di Luca Zaia è fuori discussione e la battaglia sarà soltanto per la posizione di principale oppositore. A tale
riguardo non è assurdo ritenere che la sinistra possa essere perfino superata da un’aggregazione di forze indipendentiste e autonomiste che si è costituita nei mesi scorsi e che punta a raccogliere la frustrazione di moltissimi veneti: delusi dal fatto che, a due anni di distanza dal referendum del 2017, il Veneto non è riuscito a ottenere alcuna autonomia.
Per questo motivo Zaia sarà certo ricollocato alla testa della regione, ma sembra chiaro che la sua poltrona sia ormai scomoda, dato che aveva promesso un federalismo differenziato che neppure un esecutivo
egemonizzato dalla Lega è riuscito a realizzare; e che a questo punto appare davvero lontano, dato che non è al centro degli interessi di Salvini.
In sostanza in Veneto più che altrove i leghisti faticano a gestire le loro identità divergenti. Non possono essere – al tempo stesso – nazionalisti italiani e federalisti, sovranisti e localisti. E poiché tra Verona e Treviso vi è una fortissima richiesta di autogoverno, che questi anni di amministrazione
leghista non hanno saputo soddisfare, non ci sarà allora da stupirsi se la disillusione di tanti si esprimerà nelle urne.

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