Storia

Libertà, autonomia e autodeterminazione: Analogie e Differenze

Andrea Favaro
Andrea Favaro
Insegnante Andrea Favaro insegna Filosofia del diritto presso la Facoltà di Diritto Canonico " San Pio X" di Venezia ed è Direttore de "L'Ircocervo. Rivista elettronica italiana di metodologia giuridica, teoria generale del diritto e dottrina dello stato".
28 gennaio 2019 | 3 Minuti di lettura

Tante volte si sente parlare di parole simili, che hanno tra loro però delle differenze e delle distanze, come nel caso dei tre termini: Libertà, Autonomia e Autodeterminazione. Infatti, in linea teorica, il paradigma della autonomia (autos-nomos) ha molte assonanze con quello dell’autodeterminazione e questa è (o almeno pare) molto simile al paradigma della libertà.

 

Autonomia e Regole.

Entrambi tali paradigmi richiamano alla mente l’elemento duplice sia della “regolamentazione/decisione”, sia della autorità che vi è (già) nel soggetto che si regola e che decide. Entrambi tali paradigmi costituiscono il fulcro del pensiero occidentale in merito al mistero dell’essere umano, che assumiamo in questo contesto anche assiologicamente come “persona”, intesa propriamente come soggetto autonomo, appunto, e non come automa. Distinguendo anche per questo il sapere greco da quello genericamente inteso come antico-orientale, “autonomia” insegnava Platone nel V sec. a.C. è la “capacità di darsi una regola” e quindi la capacità di autoregolamentarsi. Mutuando Platone, alcuni studiosi han decifrato la nozione di autonomia in antitesi con quella di sovranità “noi riusciamo a definire l’autonomia nei termini negativi della negazione della sovranità”. D’altra parte, è stato correttamente suggerito che «l’uomo, anche preso come singolo, come individuo, non è sovrano anarchico [di se stesso]» perché l’autonomia, nel senso preciso del termine, significa essere/stare di fronte alla legge, esprimendo in sé pure l’attitudine del soggetto persona a porsi sotto alla legge, perché ne è il reale e solido sostegno. Il che significa non “essere legge a/per se stesso”, ma nemmeno essere sottomesso ad una legge che non viene dallo stesso individuo condivisa, scelta, in sostanza “decisa”. Svolte questi brevi premesse, siamo ora in grado di cogliere il motivo essenziale per il quale la stessa formula “autonomia” (e con questa la formula “autodeterminazione”) contiene un quid che oggi viene da molti ritenuto paradossale. Nel contesto vigente, ostinatamente “democratico” e inevitabilmente “assolutista”, è difatti arduo cogliere/concedere il riconoscimento ad un quid di razionalmente intangibile, in virtù del quale la libertà assume la caratteristica dell’essere padroni (di sé).

 

Persona e Libertà.

Recuperando le premesse del presente contributo, possiamo in termini sintetici assumere che da quando è sorto il pensiero occidentale, uno dei cardini fondamentali della convivenza tra esseri umani è stato (e dovrebbe essere tuttora) il principio di autodeterminazione di ogni persona.
Infatti, possiamo qualificare come realmente “politica” quella comunità che permetta a ciascuno di aver le condizioni per scegliere la dimensione sociale (e quindi in uno con altri) ritiene più opportuno ed adeguato per il presente e il futuro proprio e delle persone con le quali vive.
È bene sottolineare che il concetto di “libertà” in sé investe una serie di categorie, ed ancor prima di discipline, che esulano dalla sfera complessa del pensiero giuridico-politico. Tuttavia è ammissibile formulare una generale teoria della libertà. Se non vogliamo girare attorno al tema della libertà attenendoci scrupolosamente alla schiavitù del politicamente corretto, dobbiamo essere sereni nel confermare che tale concetto, in ambito giuridico-politico, è apprezzabile in termini prioritari in senso negativo, ossia per qualcosa da cui si è liberi, dove la libertà è vincolata alla definizione di quel qualcosa “da” cui ci si vuole liberare e in questi termini può secondariamente svelare l’arcano circa la possibilità di spendere tale libertà per esprimere al meglio l’elemento realmente sociale dell’essere umano. Un essere umano che sia riconosciuto abile nel decifrare quotidianamente la propria esistenza, qui ed ora.

 

Il “minimo” dell’Autodeterminazione.

Ritorna così il nesso tra “coercizione” e “individuo”, che poi non è altro che il fulcro della relazione tra “autorità” e “libertà”, dal momento che questa può assumere il calibro di “assenza di costrizione”. Difatti, un ordinamento politico basato sulla libertà include, sempre, almeno un raggio essenziale di autodeterminazione, per poter dar conto dei suoi fondamenti in termini non contraddittori.
Quale potrebbe allora essere il contenuto minimo-essenziale riconoscibile dall’uomo comune, dal quivis ex populo? Non certo la scelta mattutina di quale quotidiano chiedere al giornalaio prima di recarci al travaglio quotidiano; non certo la scelta del partito di turno che la c.d. “maggioranza” indica come il più meritevole di governare il popolo.
No.
La qualifica di essenziale richiama alla mente di ogni persona le classiche questioni fondamentali che occupano mente e pensieri di tutti almeno una volta nel corso dell’esistenza: Chi sono? Perché vivo in questo contesto? Da dove deriva la mia condizione di soggetto?
Tutti quesiti che sfociano in una ulteriore questione che potrebbe essere riassunta nel quesito che segue: “posso io scegliere il contesto ordinamentale in cui vivere?”.


E se è vero che nessuno di noi può creare ex novo una realtà (concreta o virtuale, poco importa), visto che in quanto persone siamo “esseri in relazione”, è pur vero che tali paradigmi attengono a questioni di “natura” affidate all’essere umano perché questo le riconosca, con intelligenza e senza ideologia, come tali.
E qui, più che in altro, si gioca la nostra dimensione di persone al fine di evitare di ammettere la nostra natura di automi, costretti a vivere in contesti decisi da altri.

 

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