Storia, Cultura

L’orgoglio dei veneti. Sussidi? No, grazie

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
11 aprile 2019 | 2 Minuti di lettura

Ora che si inizia ad avere un quadro complessivo sulle richieste riguardanti il reddito di cittadinanza, un elemento sta emergendo con una certa nettezza: ed è che il Veneto si trova in fondo alla classifica. Da Verona a Treviso i Caf sono mezzi vuoti, al punto che in data 7 aprile solo 27.248 cittadini veneti avevano domandato di essere inseriti nel patto per il lavoro o in quello per l’inclusione sociale.
Sul piano politico la cosa può sorprendere. In fondo, siamo dinanzi a quello che, finora, è l’iniziativa più importante dell’attuale governo giallo-verde: un esecutivo che, stando ai sondaggi, in Veneto continua ad avere un consenso molto alto, soprattutto in ragione del favore riscosso dalla Lega. E però non c’è dubbio che l’idea di essere sussidiati ai cittadini veneti non piaccia proprio.
Una delle ragioni sta in una cultura diffusa che non accetta l’idea di dipendere dagli altri e men che meno dallo Stato. Non a caso quando qualche anno fa la crisi ha colpito con maggior forza il tessuto delle piccole imprese italiane, è stato proprio in Veneto che si è avuto un numero assai alto di suicidi. Dove è radicata una mentalità che valorizza la responsabilità, non si vuole ammettere l’idea di non essere in grado di provvedere a se stessi, così come non è accettata la prospettiva di non tenere fede agli impegni assunti con creditori e dipendenti.
Se solo un terzo dei veneti con un Isee inferiore ai 9.360 euro ha fatto richiesta di aiuto, una parte della spiegazione può venire dal fatto che magari si tratta di soggetti che hanno un patrimonio mobiliare o immobiliare, tanto da non rientrare nei criteri di legge. Talvolta la ragione può essere questa, ma in altri casi si tratta senza dubbio di un fatto culturale.
In un’Italia che sembra smarrire il significato del lavoro e in cui, soprattutto, vi è un ceto politico che intralcia quanti vogliono fare e intraprendere, è positivo rilevare che vi sia ancora chi resiste: chi preferisce cercare dentro di sé la forza per ripartire e non accetta di essere un peso morto sulle spalle altrui.
In fondo, uno dei significati di questo dato è che i veneti non domandano elemosine. Vorrebbero solo quell’autonomia che hanno richiesto a gran voce con il referendum di un anno e mezzo fa. Di elargizioni assistenziali, evidentemente, non sanno che farsene.

(Questo articolo è apparso su il Giornale in data 11 aprile 2019).

 

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