Storia

Quando la via della seta iniziava a Venezia

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
28 gennaio 2019 | 3 Minuti di lettura

Nella prima metà del Cinquecento il patrizio veneziano Gasparo Contarini scrive un trattatello volto a illustrare al mondo la saggezza delle istituzioni della Serenissima. In quello scritto egli evidenzia, già nelle prime pagine, come agli occhi di ogni visitatore fosse chiaro quanto la sua città “fosse il mercato comune del mondo”, al punto che appariva “cosa mirabile, et in tutto da non credere, così gran copia di tutte le mercanzie da tutti i paesi et contrade esser portata in questa città con un quasi perpetuo, et fermo modo”.

Cinque secoli fa Venezia era il cuore di processi di globalizzazione che conducevano in laguna commercianti, diplomatici e imprenditori di varia origine: turchi, tedeschi, inglesi, greci, armeni, francesi, persiani. Quando tre secoli prima il mercante Marco Polo si era diretto verso Est per poi approdare in Cina, la “via della seta” era pensata come un’arteria di comunicazione e scambio che aveva proprio nella Serenissima il suo punto di partenza.
Per accostare tale universo nei giorni scorsi è stata inaugurata una mostra collocata all’interno dell’Archivio di Stato veneziano e curata da Donatella Calabi, Luca Molà e Paolo Morachiello. Questi storici e urbanisti hanno scelto una serie di documenti per evidenziare come la storia veneziana sia in grado di parlarci, interrogando lo stesso presente nel momento in cui essa ci aiuta a ridefinire il passato. Ed è significativo che tutto gravi su un’isola: quella di Rialto.
La mostra si compone di tre parti, che focalizzano l’attenzione su temi ben specifici: il mercato, l’economia, il ponte. In quel lungo lasso di tempo che dal Trecento arriva al Settecento, Venezia è una formidabile potenza commerciale e al centro di tutto c’è proprio Rialto. Oggi i veneziani lì comprano il pesce e gli ortaggi; grazie alla mostra, però, emerge come per secoli in quel piccolo spazio ogni genere di bene e manifattura fosse negoziata da genti diversissime e come tutto ciò fosse possibile grazie a un’architettura istituzionale sofisticata.


Una serie di documenti, ad esempio, illustrano come fin dal 1474 il Senato avesse introdotto una tutela monopolistica volta a favorire gli inventori di macchinari e procedimenti innovativi. Al giorno d’oggi il dibattito sulla proprietà intellettuale resta vivo, opponendo chi è favorevole e chi è contrario: a Venezia si adottò una politica protezionistica, per attirare gli ingegni offrendo loro una privativa. E così, proprio sull’isola rialtina, trovava ospitalità un ufficio brevetti che nel corso dei decenni esaminò una grande quantità di invenzioni: ricette per la tintoria, tecniche di stampa, strumenti musicali e via dicendo. Perfino le insegne delle differenti attività (pellicciai, produttori di candele, botteghe, ecc.) ricevettero una specifica protezione dall’ufficio della Giustizia Vecchia, come avviene oggi con i marchi.


Vi era poi un complesso sistema di rilevazione e comunicazione dei prezzi. In un testo di fine Cinquecento è riportato un ampio elenco di spezie e pigmenti per colorazione dei tessuti con le cifre corrispondenti: le relazioni d’affari esigevano che le conoscenze circolassero, che le opportunità imprenditoriali fossero note e che – punto non secondario – vi fosse un ordinamento giuridico in grado di permettere questo incessante succedersi di negozi. Da qui il ruolo, cruciale, dei notai e degli altri esperti in diritto.


La mostra introduce a una Venezia che sa fare affari a Londra come a Istanbul, e che sa collegare universi lontani. Offre una prova di questo successo a ogni latitudine il testamento di Giacomo Ragazzoni, redatto nel 1609 (un anno prima della morte) da quel businessman veneziano che Benedetto Cotrugli, nel suo Della mercatura, descrisse quale “mercante ideale”. Avviando imprese in vari paesi Ragazzoni aveva conosciuto il mondo, riuscendo a farsi apprezzare da molti: tanto che prima entrò alla corte del re d’Inghilterra e poi fu scelto dalla Serenissima quale negoziatore con i turchi durante la guerra di Cipro.


Oggi si può solo nutrire la speranza che un po’ dello spirito di quei veneziani sia sopravvissuto e, al riguardo, è ragionevole essere ottimisti. La mostra stessa è sorta per iniziativa di una meritoria associazione veneziana, Rialto Novo, che si propone di far nascere un museo proprio dedicato a questo luogo che tanto ha pesato nella storia dell’Occidente e dell’Oriente.
Sembra che il Comune di Venezia veda bene l’iniziativa, ma non abbia risorse. Ci vorrebbero allora soggetti – un industriale, un’associazione di categoria, una fondazione – capaci di cogliere le opportunità imprenditoriali di un progetto che sarebbe destinato a collocarsi in una delle città più visitate al mondo e che potrebbe per giunta esso stesso attirare ricercatori e studenti da ogni parte. Si può benissimo scommettere sull’idea che le entrate, tra biglietti d’ingresso e bookshop, siano tali da superare i costi. Forse è un’utopia, ma varrebbe davvero la pena di prendere sul serio l’ipotesi.


Fare del museo del mercato di Rialto un’attività in grado di produrre utili sarebbe, sotto tanti punti di vista, il migliore omaggio a quanti – per secoli e secoli – sono partiti da Venezia per commerciare, conoscere il mondo, collegare universi e culture grazie a pacifiche relazioni d’affari.

 

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