Cultura, Società

Solo la Bellezza salverà i veneti

Davide Lovat
Davide Lovat
Politologo e docente Davide Lovat è nato a Feltre il 19 Dicembre 1971, ma da sempre vive a Creazzo vicino a Vicenza. Dopo la maturità scolastica conseguita nel 1990 e l’adempimento dell’obbligo militare di leva di un anno tra l’agosto del 1991 e del 1992 ha cominciato a lavorare e tra il 1993 e la fine del 2009 è stato prima agente immobiliare e poi imprenditore nel settore dell’intermediazione immobiliare. In questo periodo, a partire dal 1999 ha affiancato l’attività lavorativa allo studio e ha conseguito due lauree: la prima è la Laurea Magistrale in Scienze Politiche a indirizzo storico-politico, conseguita a pieni voti presso l’Università di Padova; la seconda è la Laurea in Scienze Religiose presso la Facoltà Teologica del Nord Est. Tra il 2010 e il 2017 è stato insegnante di liceo, dapprima al Liceo Brocchi di Bassano del Grappa e poi per 5 anni al Liceo Quadri di Vicenza. E’ autore di diversi saggi a contenuto teologico, filosofico, storico e politico, ha promosso e diretto la testata Veneto Vogue, tiene corsi e conferenze sul tema dell’autodeterminazione dei popoli, sulla storia e identità culturale e spirituale del popolo dei Veneti, sull’Unione Europea. Dal 2019 promuove lo sviluppo della testata PAGINE VENETE.
14 agosto 2019 | 4 Minuti di lettura

Agosto è il mese che consente, con le sue giornate lunghe e il tempo spesso libero da impegni, di dedicarsi ad attività ricreative precluse durante il resto dell’anno. Tra queste, per chi ama nutrire lo spirito, nelle località turistiche c’è un fiorire di attività culturali tra le quali scegliere e ad Asiago ne va segnalata una di particolare pregio: la mostra di pittura contemporanea presso il Museo “Le Carceri” delle opere selezionate dal “Premio Brazzale – Eccellenti Pittori” curata dal noto critico Camillo Langone e realizzata grazie al generoso impegno dell’imprenditore Roberto Brazzale e della sua famiglia.

 

L’iniziativa di un concorso che premia i pittori è incredibilmente un unicum in Italia, la terra del Rinascimento che ha avuto in Roma, Firenze e Venezia i tre centri d’irradiamento del periodo artistico, non solo pittorico, più fecondo di sempre. Questa lacuna è stata colmata nel territorio dell’Antica Reggenza dei Sette Comuni che fece parte della Repubblica Serenissima, grazie alla feconda amicizia fra Camillo Langone, originale, acuto e poliedrico scrittore di arte - anche arte culinaria –  di religione e di costume, e Roberto Brazzale, imprenditore veneto portatore di un messaggio antico e rivoluzionario al tempo stesso, rispetto allo stereotipo dell’imprenditore veneto tutto dedito all’accumulo di denaro, all’ostentazione dello stesso e al perenne conflitto lamentoso con il Fisco, in una dimensione culturalmente chiusa e fine a se stessa.

 

Brazzale infatti è già diventato famoso suscitando l’attenzione dei media per la sua politica aziendale di sostegno alla natalità per i dipendenti, controcorrente rispetto alla prassi comune attuale; una politica che rievoca una visione dell’impresa concepita anche come una missione sociale, con la funzione di generare benessere condiviso e di contribuire a costruire il futuro comune. Nella stessa ottica egli riscopre, in una certa misura, l’antica vocazione al mecenatismo dell’imprenditore veneto che fece grande la Repubblica Serenissima e permise di lavorare nei secoli a nomi del calibro di Tiziano Vecellio, Giorgione da Castelfranco, Cima da Conegliano, Mantegna, Bellini, Veronese, per non parlare dei veneziani Tiepolo, Tintoretto, Canaletto e tanti altri cui la mancata menzione è solo una colpa di chi scrive. Le opere immortali lasciateci da questi artisti, nonché dagli architetti veneti, non avrebbero mai visto la luce senza la generosità dei committenti che, nell’ambito di una civiltà connotata dalla visione cristiana, sapevano che era giusto e, soprattutto, volevano restituire alla comunità da cui avevano ricevuto la vita, in cui si erano formati nei valori e nelle capacità, parte della fortuna che erano riusciti ad ottenere come conseguenza delle abilità sviluppate. In quest’ottica la famiglia Brazzale è portatrice di valori imprenditoriali antichi, ma per la rarità di esempi simili è anche rivoluzionaria perché indica una strada che, essendo stata dimenticata, nella sua riscoperta appare come nuova.

 

In cosa consiste questa dimensione rivoluzionaria? Consiste nell’aver ben compreso come la vocazione dell’uomo, sia come individuo che come membro della società, è ben più elevata dell’accumulo di beni materiali e del loro consumo: “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” faceva dire a Ulisse l’Alighieri nella Commedia. Per questo è necessario, è addirittura un bisogno che diventa un dovere imperativo morale, cercare la bellezza e promuoverla in ogni ambito, dall’estetica alla cultura, perché la bellezza è edificante e converte a sè per imitazione tutte le persone che vi entrano in contatto, generando un circolo virtuoso che migliora tutti e ciascuno, arricchendoli spiritualmente e infine anche materialmente.

 

La bellezza salverà il mondo, come ci insegnò Dostojevski ne “L’idiota”, ma quel brano va letto fino in fondo per comprenderlo, perché in realtà esso approda alla domanda: “Quale bellezza salverà il mondo?”. La risposta, come è noto, è nell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo, la vittoria definitiva del bene sul male, la bellezza della Pasqua cristiana che tutto risana, tutto perdona, tutto ama, tutto restituisce alla sua originaria incorruttibilità. In questo tempo cupo, nichilista, consumista, relativista, senza speranza e a una sola dimensione, orizzontale e materiale, piace vedere che gli autori premiati nel concorso esprimono nelle loro opere, con la sensibilità dell’artista, una speranza per il futuro dimostrata dalla ricerca di valori, di luce, di armonia; nel caso del pittore Giovanni Gasparro, vincitore del primo premio, anche di fede cristiana cattolica apostolica espressa nei suoi dipinti a tema sacro, originalissimi per la capacità di far vivere i temi della Sacra Scrittura o della Storia cristiana attraverso rappresentazioni di personaggi attuali, comuni, nei quali far vivere, con l’uso dell’analogia, le figure del Vangelo. Se è vero che gli artisti e i filosofi sono i primi interpreti dei sentimenti intimi della civiltà dove vivono e i precursori delle tendenze comuni future, dalla mostra di Asiago si esce con il cuore pieno di speranza, quella “speranza che salva” secondo l’insegnamento di papa Benedetto XVI, e pieno di bellezza da portare fuori per irradiarla nel mondo come un contagio benevolo.

 

La mostra proseguirà fino al 15 settembre 2019 ed è un regalo che ciascuno può fare a se stesso con una semplice gita ad Asiago. L’auspicio di ogni amante della cultura e della bellezza è che altri imprenditori veneti seguano l’esempio virtuoso della famiglia Brazzale, moltiplicando le occasioni di crescita spirituale in particolare del popolo veneto, abbruttito da due secoli di dominazione subita che li ha ridotti alla condizione di semplici produttori e lavoratori. Oggi nel popolo veneto serpeggia un anelito di libertà e di riscatto, ma lo sguardo è ancora troppo rivolto a terra e ripiegato sull’interesse individuale. Il popolo ebraico, dopo 18 secoli di diaspora, trovò il bandolo della matassa per tornare libero e indipendente quando Theodor Hertzl riuscì a risvegliare l’orgoglio sopito e a farlo tradurre in atti concreti da parte dei tanti ricchi imprenditori ebrei sparsi per il mondo e, fino a quel momento, dediti solo all’interesse privato. “Se ci credi veramente, non è un sogno” diceva, e nacque il movimento da cui scaturì in 50 anni lo Stato di Israele che pareva impossibile perfino da pensare.

 

Ai veneti non mancano gli imprenditori facoltosi, non manca la cultura, non manca la tradizione, non manca nemmeno la consapevolezza di essere un popolo. Finora mancano solo l’orgoglio di tornare ad alzare la testa e la speranza, figlia della fede e della bellezza e madre della generosità, tutte virtù che rimandano al Redentore, testimoniatoci e rivelatoci da San Marco.

 

Ecco perché i nostri avi, a cui ci uniamo, gridavano assieme con gioia “Viva San Marco!”

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