Cultura, Società, Politica

Sturzo: no al centralismo statalista, per liberare il Sud

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
9 agosto 2019 | 3 Minuti di lettura
Nel momento in cui ricorrono sessant’anni dalla morte di don Luigi Sturzo è opportuno chiedersi cosa egli direbbe dinanzi al fallimento dello Stato italiano nel Mezzogiorno e dinanzi a un Paese incapace di imboccare la strada dell’autogoverno locale e della concorrenza istituzionale. E anche cosa direbbe dinanzi ai venti protezionistici che paiono soffiare in tutto l’Occidente...
 
Per rispondere a quest’ultimo interrogativo basta vedere come replicò all’accusa rivoltagli da Ernesto Rossi, che l’aveva tacciato di essere un “manchesteriano”. In quel frangente egli non respinse l’addebito e anzi evidenziò come le iniziative di Richard Cobden contro le barriere
doganali sui cereali fossero in primo luogo battaglie di libertà, analoghe al suo impegno – vari decenni prima – in tema di dazi sul grano.
 
Sturzo denuncerebbe l’immoralità delle barriere oggi innalzate da Stati Uniti, Europa, Cina e tanti altri, ma soprattutto difenderebbe le libertà economiche, quali condizioni di una società non sottomessa al potere. Quando si schierò contro Enrico Mattei lo fece proprio perché vide
nel grand commis dell’industria pubblica l’apripista di logiche che intrecciavano politica ed economia, con effetti disastrosi.
 
In vita Sturzo era molto preoccupato – sul piano morale, oltre che su quello economico – dall’imporsi di una visione della vita pubblica che toglieva spazio alla libertà e, di
conseguenza, che inaridiva la possibilità stessa di compiere il bene. Come Lord Acton, egli pensava che la libertà fosse il più alto valore politico, poiché rappresenta la condizione di
quell’agire responsabile, generoso e virtuoso nel quale ognuno di noi deve realizzare le proprie potenzialità.
Federalista e liberista, oggi sarebbe una voce “fuori dal coro”. Al proposito non si ricorderà mai a sufficienza quella richiesta di libertà che indirizzò a Roma nel 1902, in un testo che include questo passaggio: “Lasciate che noi del Meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali”.
 
Se oggi il Mezzogiorno è prigioniero di una stasi quasi senza speranza, mentre molte società post-comuniste l’hanno sopravanzato sul piano economico, questo si deve all’incontro di logiche centraliste e stataliste. Il Sud è nelle mani dei politici, è inquinato da denaro prodotto
altrove, è bloccato da regole che impediscono alle sue migliori energie di esprimersi. Sturzo ha sempre sottolineato come ogni realtà abbia esigenze diverse: la triplice trappola di una tassazione esorbitante, di contratti nazionali uniformi e di alti stipendi pubblici (e quindi
attraenti) è il risultato di una cultura che ha rigettato la lezione sturziana. È vero che il sacerdote siciliano ha assunto posizioni molto più antistataliste nel dopoguerra,
di ritorno dall’esperienza americana: in effetti è oltre Atlantico che egli ha meglio inteso i meriti di una società concorrenziale. Eppure in tutti i suoi scritti c’è la consapevolezza che la libertà è cruciale, che in Occidente le sue radici dipendono molto dal messaggio evangelico
(poiché non ci può essere conversione a Cristo dove non c’è libertà) e che tutto questo deve farci valorizzare – sul piano strategico – l’autogoverno delle comunità.
 
Per questo motivo non solo la sua lezione deve aiutare a rigettare la “filosofia della miseria” di quanti guardano agli uomini come realtà passive da assistere, ma oltre a questo può comprendere quanto sia incivile un’Italia sempre più nazionalista e anche per questo avversa a ogni forma di autonomia.
 
Già nell’ "Appello ai liberi e ai forti" Sturzo si manifestava, al tempo stesso, aperto al mondo e localista: difensore della pace e fautore di governi municipali. Egli sapeva bene che gli italiani sono affezionati alle loro piccole patrie e che solo se responsabilizzati possono dare il meglio di sé. Questo è vero al Nord, ma è ancor più urgente nel Mezzogiorno, dove è indispensabile che s’affermi la volontà di camminare sulle proprie gambe per invertire un trend altrimenti
irresistibile.

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