Società, Politica

Tutti a Venezia per i 1000 giorni dal referendum

Carlo Lottieri
Carlo Lottieri
Professore associato di Filosofia del Diritto a Verona Carlo Lottieri si è laureato in Filosofia teoretica a Genova con Alberto Caracciolo e ha proseguito gli studi a Ginevra e a Parigi, dove ha conseguito un dottorato di ricerca sotto la guida di Raymond Boudon. I suoi studi hanno prestato una particolare attenzione alla tradizione liberale, al diritto naturale, al realismo politico e alla teoria neofederale. È uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria politica. Tra le sue pubblicazioni: Il pensiero libertario contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2001; Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006; Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011; Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea, Brescia, La Scuola, 2017.
14 luglio 2020 | 5 Minuti di lettura
Mille giorni sono molti: anzi, moltissimi. Eppure è esattamente questo il lasso di tempo trascorso dal 22 ottobre 2017 (il giorno del referendum volto a favorire una qualche forma di regionalismo differenziato) al 18 luglio 2020. Per questa ragione sabato si terranno contemporaneamente, a Venezia e a Milano, due manifestazioni che intendono gridare ad alta voce come questa Italia sia incapace di rispettare le aspirazioni e le volontà dei popoli oggi rinchiusi entro i confini della Repubblica.
Il Palazzo è soltanto preoccupato di conservare il proprio potere e quindi ha fatto tutto il possibile per rinviare sine die ogni riforma. Questi tre anni di chiacchiere e prese in giro, per giunta, hanno visto succedersi maggioranze e governi molto differenti. Inizialmente governava la sinistra post-comunista e post-democristiana (quando era premier Paolo Gentiloni) e in quella fase fu chiaro a tutti come da parte dei governanti romani vi fosse un’ostilità ideologica verso ogni rivendicazione
di autogoverno. Dopo le elezioni politiche, però, vi fu il varo del primo governo populista dell’Occidente, con la coppia Salvini-Di Maio, ma anche in quella circostanza fu chiaro che ai Cinquestelle stava a cuore l’introduzione del reddito di cittadinanza e alla Lega unicamente il contrasto all’immigrazione extra-comunitaria. La questione dell’autonomia finì ai margini e un Salvini che in grado di ottenere tutto quanto voleva non alzò mai la voce al riguardo.
Infine si è giunti al governo attuale, che unisce i Cinquestelle e il Pd (oltre alla sinistra radicale di Leu e a quella centrista di Matteo Renzi) e che ha visto riemergere il più stantio conservatorismo espresso da quanti credono che il centralismo favorisca il Mezzogiorno e che ogni minima
autonomia sia un privilegio concesso al Nord.
La verità è che sia il dibattito pubblico sia il confronto intellettuale condividono in larga misura l’idea che la redistribuzione territoriale è legittima e aiuta le aree più povere. Soltanto piccole minoranze illuminate hanno inteso che ogni processo verso l’autogoverno comporta
responsabilizzazione e, di conseguenza, l’innesco di processi positivi per tutti.
Risultato? Mille giorni sono passati e nulla è successo.
Nonostante il 22 ottobre del 2017 ci sia stata in Veneto una massiccia partecipazione alle urne, Roma ha ignorato il segnale uscito dalle urne. Tutte le formazioni politiche hanno fatto prevalere calcoli di opportunità elettorale e, di conseguenza, hanno lasciato cadere la cosa. È stata certo
avviata una trattativa tra la Regione Veneto e lo Stato italiano, ma presto si è capito che non si sarebbe andati da nessuna parte. Perfino la disponibilità espressa dalla Regione Veneto di non mettere in alcun modo in discussione l’attuale redistribuzione territoriale – i conti del dare e dell’avere – non è servita a favorire il varo di un’intesa.
Sul piano mediatico, per giunta, è partita una forte offensiva di quanti sono schierati a difesa del centralismo nazionalista. L’economista Gianfranco Viesti ha coniato la formula della “secessione dei ricchi”, riuscendo al tempo stesso a evocare un processo indipendentista – quando non di questo si
discuteva – e a reinventare una sorta di lotta di classe territoriale, tale da opporre il ricco Nord al povero Sud.
L’autonomia che sarebbe possibile entro l’attuale ordine costituzionale, va detto, non sarebbe comunque una gran cosa. Soprattutto ora che la nostra società deve fare i conti con le conseguenze del Covid-19 e ancor più delle politiche adottate per contrastarlo, deve essere chiaro a tutti che il
Veneto ha bisogno di ben altro. Ha la necessità di tenere sul territorio le proprie tasse e predisporre una riduzione delle aliquote, creando anche virtuosi meccanismi competitivi interni (analoghi a quelli di cui si avvalgono i cantoni e i comuni elvetici). Le richieste che il Veneto ha avanzato prima dell’epidemia erano già poca cosa allora, ma adesso che si deve fare i conti con un crollo del Pil superiore al 10% è chiaro che senza discutere di soldi e tributi non si va da nessuna
parte.
Per tutte queste ragioni è necessario che i veneti di buona volontà si ritrovino a Venezia, sabato 18 luglio (alle ore 15.00), così come faranno i lombardi lo stesso giorno di fronte al Pirellone. C’è una società che chiede più libertà e il rispetto della volontà popolare, che chiede di ripartire e vuole difendere il proprio passato (perché in larga misura noi siamo le nostre radici), che chiede di mettere in discussione un secolo e mezzo di errori e ingiustizie. Questa società veneta sabato 18 luglio farà sentire la propria voce ed è importante che tutti la sentano: anche a centinaia di chilometri di distanza.

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