Un’azione dimostrativa di alcuni giorni fa, accompagnata da una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza del Comune di Rivoli Veronese, ha portato il Gonfalone di San Marco a sventolare per alcuni minuti sul luogo della vergogna del Veneto: il monumento memoriale ai soldati napoleonici invasori della Repubblica veneta nel 1797.

Come conseguenza dell’improvvida iniziativa paventata dalle autorità locali di accettare fondi dal Console di Francia per mantenere e abbellire il monumento, l’Assemblea Nazionale Veneta ha promosso la distribuzione porta a porta di un volantino informativo per i cittadini (il testo è pubblicato sotto) e ha issato il Gonfalone di San Marco sull’asta del luogo dove viene fatta memoria dei persecutori del popolo veneto, caso unico al mondo di popolo che celebra chi ha causato la perdita dell’indipendenza e immani sofferenze, i cui effetti si protraggono tuttora.

La  scarsa conoscenza della propria Storia è la più grave lacuna dei Veneti, vittime della cancellazione della memoria compiuta dallo Stato italiano che ha interesse a negare l’identità a un popolo che vanta secoli di cultura e di grandezza tali da non poter venire ricompresi nella fittizia e artificiale versione dei fatti insegnata a scuola sotto la definizione di “Storia d’Italia”. Pertanto si provvede alla rimozione completa che comporta l’effetto di avere cittadini che menano vanto della presenza del memoriale napoleonico sul territorio del proprio Comune.

Il plauso all’azione coraggiosa di sensibilizzazione da parte dei neorepubblicani veneti è totale e crediamo vada accompagnato dalla lettura dell’efficace documento redatto su loro richiesta dal garante di ANV – e coordinatore del sito “Pagine Venete” – il nostro Davide Lovat. Ecco il testo del volantino:

LETTERA AI CITTADINI DI RIVOLI
Senza memoria del passato non c’è comprensione del presente, senza comprensione del presente non c’è visione del futuro.
Tutti i popoli sulla faccia della Terra, o almeno quelli degni di essere definiti tali, fanno della memoria un cardine della propria coscienza perché essa definisce l’identità e l’appartenenza.
L’elaborazione di miti e leggende era una necessità perfino per gli antichi e ancor di più per i popoli primordiali, perché almeno nella tradizione orale si trovasse un fondamento alla propria dignità comune. L’essere umano infatti è persona, termine che definisce sia la dimensione individuale che quella sociale, nella sua costituzione di essere spirituale e non solo animale. La persona ha bisogno del fondamento in valori morali che sono quelli dell’etica, nella vita privata, e quelli a base della politica (etica della polis) nella vita pubblica.
Da questa premessa necessaria discende la pratica di tutti i popoli di celebrare i propri eroi o i propri morti, gli eventi epici e quelli luttuosi, di festeggiare le vittorie o i progressi e di commemorare le sconfitte o le disgrazie. È così per tutti i popoli degni di tal nome.
L’importanza della memoria è tale da far sopravvivere un popolo anche nella persecuzione o nell’esilio: così fu per i cristiani, così per i polacchi nei secoli scorsi, così per gli irlandesi, così per gli ebrei che hanno fatto della memoria addirittura una religione civile. Anche i catalani celebrano la Diada, anniversario della sconfitta che li sottomise alla Castiglia e dunque alla Spagna; lo fanno in grande stile l’11 settembre di ogni anno, ed è un modo di ricordare il giorno da cui ripartire.
Sarebbe come se noi veneti celebrassimo il 12 maggio in memoria del 1797, quando ci fu tolta la plurisecolare indipendenza che ancora oggi non ci viene restituita. Ma noi, è doveroso chiedersi, abbiamo memoria e dunque consapevolezza?
Nessuno di questi popoli si sognerebbe di celebrare la memoria idolatrando i persecutori e gli aguzzini. Mai si vedrà un memoriale a Goebbels in piazza a Tel Aviv, o un monumento ai caduti nazisti nel centro di qualche paesino della Giudea. Mai in Irlanda si farà memoria della dominazione inglese e non si vedrà facilmente a Kinshasa la celebrazione del re del Belgio. Solo un pazzo girerebbe per Erevan, in Armenia, inneggiando alla Turchia essendo armeno. Questo perché stiamo parlando di popoli degni di essere chiamati tali, in quanto hanno coltivato la memoria ed elaborato il dolore per tradurlo in energia per il futuro, un futuro con un’eredità da tramandare ai figli.
C’è un solo luogo della Terra dove si celebra il proprio aguzzino con tutta la sua masnada di criminali: avviene nei territori che erano, e sarebbero ancora, della Repubblica Veneta nei confronti di Napoleone e della sua orda di fanatici, ladri e assassini. Nel 1796-97 colui che l’insigne giurista e storico, il decano “Avvocato Veneto” Ivone Cacciavillani rifiuta di nominare sia per iscritto che a voce, definendolo solo “il Grande Infame”, invase una libera nazione neutrale e promise di essere per essa “un Attila”. Egli mantenne i propositi: stupri, esecuzioni sommarie di civili, furti ingenti d’oro e di inestimabili opere d’arte tuttora esposte al Louvre e in altri musei, profanazioni di chiese e del Santissimo Sacramento, la devastazione di Verona e il massacro di tanti veronesi che si battevano per difendere l’indipendenza della Repubblica Veneta.
Ebbene, oggi in Veneto c’è chi lo celebra: per esempio, al Museo Correr di Venezia c’è una sua statua; a Arcole e Rivoli, in quel veronese martoriato dal Grande Infame, c’è chi si sente onorato della memoria dei successi e dei massacri dell’invasore francese sui nostri avi. Peggio: c’è chi accoglie il Console di Francia con onore e ritiene bello e qualificante per il territorio restaurare il monumento memoriale di Napoleone. Sì, perché gli hanno fatto pure un monumento.
Nessun popolo degno di essere definito tale sulla faccia della Terra farebbe una cosa simile, se avesse coltivato la memoria. L’alternativa è dunque tra l’indegnità e l’ignoranza. Alla seconda c’è rimedio, basta studiare la Storia; alla prima, invece, resta solo la celebrazione dell’aguzzino sotto le due sorelle bandiere tricolori, l’originale francese e la copia italiana, portata anch’essa nelle nostre terre dal Grande Infame.