Rivincono gli indipendentisti in Catalogna, con percentuali nette e in crescita. Nonostante i tre partiti ERC, Junts per Catalunya e CUP si siano presentati separati alle elezioni, una loro alleanza post-voto li porterebbe ampiamente a superare la maggioranza assoluta del parlamento catalano,  che è pari a 68 voti. Su 135 seggi, secondo i primi sondaggi diffusi alla chiusura dei seggi, l’eventuale blocco indipendentista otterrebbe infatti tra i 73 e i 78 seggi mentre tutti gli altri, che comprendono forze molto lontane politicamente tra loro (socialisti, Ciudadanos, Ecp, Vox e Partito popolare) si fermerebbero anche sommati a 56-62 seggi.

Le elezioni catalane sembrano così assestare un altro schiaffo a Madrid. Il Partito socialista catalano (PSC), affiliato al PSOE del premier spagnolo Pedro Sanchez che come candidato di punta ha schierato il suo popolare ministro della Sanità Salvador Illa, ha fatto registrare un deciso balzo in avanti rispetto a quattro anni fa, raddoppiando i seggi (tra i 34 e i 36 rispetto ai 17 che aveva) e forse addirittura vincendo in termini di voti. Ma non basterà ad ottenere la guida della Catalogna.

La vittoria, se i dati del sondaggio di TV3 e Catalunya Ràdio riportati dal quotidiano “La Vanguardia” verranno confermati, va con 36-38 seggi agli indipendentisti di ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, sinistra repubblicana catalana), ancora presieduta da Oriol Junqueras, in carcere per il referendum illegale e la dichiarazione d’indipendenza del 2017. Gli altri indipendentisti di “Junts x Cat” dell’esule in Belgio Carles Puigdemont sarebbero la terza formazione più votata, ottenendo tra i 30 e i 33 seggi. E ancora, gli indipendentisti minoritari di estrema Sinistra CUP otterrebbero 7 seggi. La destra di Vox dovrebbe a sua volta entrare nel Parlamento catalano con 6 o 7 seggi.

Il PSC potrebbe tentare sulla carta una coalizione tutta di sinistra con Catalunya ec Comù e ERC, ma quest’ultima ha preso chiaramente le distanze da un’ipotesi del genere già in campagna elettorale. Più probabile si appresti a guidare il blocco indipendentista: ciò le consentirebbe di provare a imporre la sua agenda più moderata, lontana dalla via unilaterale all’indipendenza (perseguita dai secessionisti duri e puri di Junts) e favorevole invece ad un pressing su Sanchez per un referendum concordato con il governo centrale di Madrid. Anche questa però una strada tutta da esplorare.

La grande differenza con i territori veneti consiste nell’assenza di un partito bifronte, come la Lega per Salvini, che si spaccia per territoriale in Veneto e Friuli Venezia Giulia per avere voti da far pesare a livello centrale dello Stato italiano, con politiche e scopi del tutto diversi dalla proposta fatta credere agli elettori, i quali hanno le loro colpe se si lasciano abbindolare in tal modo. In Catalogna, invece, ci sono diversi partiti indipendentisti, di area socialista, di area popolare, non c’è alcun bisogno di reclamare “l’unità degli indipendentisti” perché ciascuno può trovare l’offerta politica indipendentista coniugata secondo i suoi valori e senza dover votare partiti spagnoli.

Soprattutto in Catalogna non ci sono indipendentisti che ripiegano su autonomia, autogoverno, federalismo, decentramento e amenità varie. Indipendenza significa indipendenza e l’assenza di falsità semplifica di molto le cose: se sei di qua, non sei di là punto e basta. I veneti devono ancora maturare assai.