di PAOLO FRANCO

Ci chiediamo come sia possibile, in un momento come quello attuale di crisi pandemica, occupazionale,
economica, che la litigiosità e l’incompetenza politica in Italia continui a creare ulteriori problemi oltre a
quelli che già esistono ogni giorno nelle famiglie e nelle imprese. Com’è noto a tutti la Storia non si ripete,
nel senso che seppur esiste una certa ciclicità di avvenimenti pensare che si riproducano precisi periodi
storici è assolutamente fuorviante. Vero è, invece, che ci sono alcune strutture sociali che conservano molto
a lungo le proprie caratteristiche tanto che spesso sembrano essere ineludibili, al di sopra dei giochi, arbitri
imparziali che dettano regole universalmente condivise e indiscusse. Tra queste, ma ne esistono altre
ancora, si trova lo Stato, che ho definito “struttura sociale” non per esagerare l’esemplificazione di una
realtà che da alcuni secoli impegna la discussione filosofica e sociologica delle menti più capaci, ma per far
comprendere quanto sia errato, come per la Storia, pensare alla sua permanenza come definita ed
immobile e che si ripete sempre uguale a sé stessa.
Per questo, tornando alle nostre vicende quotidiane, voglio ricordare che dai tempi dell’unità italiana si
sono succedute tre diverse forme di Stato: quella liberale, quella fascista e quella repubblicana. Giusto un
secolo fa in Italia stava spirando la prima, nata culturalmente dalle rivoluzioni di metà Ottocento (lo Statuto
albertino concesso dal sovrano è del 1848), in una situazione di crisi e litigiosità politica non molto dissimile
da quella odierna. Ma, soprattutto, emerse la palese inadeguatezza dello Stato liberale a rappresentare il
mondo nuovo sorto con la seconda rivoluzione industriale con le innovazioni scientifiche e tecnologiche che
avevano cambiato radicalmente il Paese sotto ogni profilo, anche quello sociale.
Ho proposto queste brevi considerazioni per far riflettere su una questione, pur sapendo che questi temi
andrebbero ben approfonditi: non è, come può sembrare a prima vista, il crollo della qualità politica la
causa prima della fine di una forma di Stato, anzi, ne è la conseguenza. In realtà è la crisi stessa dello Stato,
quando viene ad estraniarsi dal percorso che la società, nazionale ed internazionale, ha maturato, a
trascinare con sé la politica. Cento anni fa il fascismo fece piazza pulita della democrazia liberale incapace di
innovare le istituzioni, ma non fu un processo ineluttabile così come poi si svolse: pochi intellettuali avevano
compreso che un’epoca era terminata e che bisognava progettarne una nuova. Sono fatti storici poco
conosciuti, ma alcuni, tra 1919 e 1921 volevano riformare profondamente lo Stato liberale, proponendo un
vero e proprio processo costituente che superasse l’antiquato Statuto albertino. Non ebbero successo.
Nell’Italia più recente altri ancora proposero, e propongono ancora oggi, una radicale trasformazione dello
Stato repubblicano che valorizzi concretamente la sussidiarietà, pubblica e privata, nel contesto economico
e sociale globalizzato dove le dimensioni ipertrofiche e asfittiche del centro nevralgico impediscono al
mondo reale e quotidiano di esplicare le proprie potenzialità.
Dobbiamo risvegliare le nostre menti perché non siano indotte a considerare ineludibile la situazione
odierna, dove lo Stato (inteso nella più ampia accezione del termine, e quindi anche con le sue emanazioni
territoriali) drena qualsiasi risorsa, impone qualsiasi norma o vincolo – indipendentemente dalle
maggioranze di governo centrale e locale — impegnando all’infinito le future generazioni. Il federalismo è
una proposta, la democrazia diretta partecipativa un’altra, e potremo continuare ancora. Ma se non
cambiano le funzioni dello Stato e dell’amministrazione della cosa pubblica, queste faranno la stessa fine
delle proposte di riforma messe in campo dopo la prima guerra mondiale. Naturalmente, oggi, non arriverà
il fascismo, ma magari Google, Facebook, Microsoft, Pfizer, Bitcoin, la BCE… O sono già arrivati?