L’iniziativa social che invita i ristoratori esercenti nella Repubblica Italiana a restare aperti, a partire dal 15 gennaio, contro le restrizioni anti Covid imposte dal governo, ha già raccolto in poche ore oltre 50mila adesioni, di cui un buon numero anche nei territori veneti.

C’erano già state alcune proteste, finora, ma erano per lo più delle “piazzate” chiassose o delle semplici richieste di ristori a questa o quella categoria. Stavolta la proposta è diversa, perché si propone un cambio di paradigma nel modo di affrontare la pandemia. La crisi sanitaria, ma anche economica e sociale apertasi ormai quasi un anno fa, entra in una fase in cui in settori crescenti dell’opinione pubblica aumenta la convinzione dell’inefficacia e insostenibilità di una strategia ideologica e totalizzante, emergenzialistica ad oltranza, nel contrasto al virus.

I governi che adottano politiche di lockdown – e quello italiano in ciò si distingue particolarmente  – tendono a rifutare una discussione laica, concreta e pragmatica sui risultati dei loro provvedimenti, e ad insistere invece sulla presunta inevitabilità di essi, secondo la logica della profezia che si autoavvera: l’epidemia si riduce? È merito delle restrizioni; si espande? È colpa di chi non rispetta le restrizioni (i runner e la movida), e chissà quanto sarebbe peggiore la situazione se non ci fossero state.

L’osservazione dei fatti e dei numeri, nonché la conoscenza acquisita sul reale pericolo del virus, dimostra tuttavia che queste politiche si stanno rivelando del tutto inefficaci rispetto ai Paesi dove l’approccio è diverso, pur con tutte le necessarie precauzioni (senza citare la Svezia, basta vedere la vicina Svizzera, o la Slovenia) e questo sta facendo maturare un sentimento sempre più condiviso di ribellione e di desiderio di tornare a una vita quasi normale come all’estero, perché appare sempre più ingiustificabile continuare a tenere paralizzati settori della vita pubblica essenziali per il paese, producendo danni catastrofici sul piano economico, culturale e psicologico che rischiano di ripercuotersi addirittura per generazioni.

La consapevolezza ormai largamente trasversale – al di là della narrazione catastrofista ancora imposta in tono monocorde da governo, Cts e media – della ineludibile necessità di tornare ad una normalità responsabile rispetto ad un problema sanitario serio, ma che non può diventare la pietra al collo che conduce un’intera società ad annegare, ha indotto gli studenti a chiedere di riaprire le scuole e i ristoratori ad assumere questa iniziativa che dice, in sostanza: “il virus c’è, ci dobbiamo convivere, ma nel frattempo dobbiamo lavorare per poter sopravvivere”. Non fa una piega, nonostante la ottusa mentalità dei medici del CTS che pretenderebbero di tenere chiusi a oltranza i cittadini fino alla teorica sparizione del virus, considerando tutti come pazienti d’ospedale anziché come liberi cittadini sani.

“E’ una questione di sopravvivenza, siamo al punto di non ritorno, ma ci proviamo lo stesso”, spiega Umberto Carriera, il ristoratore “ribelle” di Pesaro che ha promosso l’iniziativa sui social. “Non è una protesta o una manifestazione di un giorno, è sopravvivenza: siamo al collasso, non possiamo più pagare dipendenti, bollette, mutui. Ci stanno contattando migliaia di persone, anche palestre, piscine e mondo dello spettacolo. E anche i cittadini ci sostengono, ci chiedono di riaprire”. Per quanto riguarda le sanzioni, “ci stiamo tutelando grazie a una task force di 30 avvocati per i commercianti e anche per i clienti. Le loro multe le prendiamo noi, ci pensiamo noi a gestirle, e prepareremo centinaia di migliaia di ricorsi”.

Nonostante l’assenza di rappresentanza politica della parte di popolazione che vuol cambiare paradigma e adottare il modello dei Paesi sopra citati – poiché l’opposizione si è dimostrata finora silenziosa e passiva rispetto al Governo Conte che ha adottato il “modello cinese” di soppressione della democrazia e delle libertà – la cittadinanza comincia a far da sola. Questo non suscita solamente la simpatia di chi condivide lo stesso approccio ai problemi portati dall’emergenza sanitaria, ma induce anche a riflettere sul fatto che in Italia – in Veneto ne abbiamo la controprova con il tipo di gestione sanitario promosso dalla Lega per Salvini tramite il pres. Zaia – non c’è una sola forza politica da votare che difenda i valori popolari e liberali della democrazia, mentre abbondano le offerte stataliste, dirigiste, paternaliste e autoritarie.

Verrebbe da lanciare, in risposta a “#ioapro” l’iniziativa “#iovadoalristorante” e così cominciare un percorso di resistenza civile e pacifica, ma ferma e decisa, contro la sospensione a tempo indeterminato del diritto al lavoro, alla libera circolazione, all’istruzione, alla libertà di parola, all’inviolabilità del domicilio, alla privacy e a tutta una serie di altri diritti costituzionalmente garantiti e sistematicamente violati.