Molti opinionisti ritengono che i lavoratori in ambito sanitario abbiano un “dovere vaccinale” maggiore di qualunque altro cittadino.
Evidentemente non tengono conto di una serie di elementi che devono essere esplicitati prima di condividere questa affermazione.
Innanzitutto che quello sanitario è un lavoro fatto di competenza e tecnica. L’approccio scientifico e la formazione continua superano la componente vocazionale che non può certo essere citata quale motivo di vaccinazione.
Il vaccino poi, non può e non deve essere garanzia di sicurezza sul luogo di lavoro, che invece deriva dalla disponibilità e l’utilizzo sistematico di procedure e presidi adeguati.
Ancora: non è dimostrato che l’operatore sanitario vaccinato sia meno pericoloso per il paziente circa la trasmissione del corona-virus. Paradossalmente potrebbe invece essere vero il contrario laddove un soggetto sano faccia da vettore per il virus: chi non ricorda il caso degli asintomatici contagiosi?!?
Infine qualunque operatore sanitario ha ovviamente maggiori capacità professionali di comprensione del rischio vaccinale di chi non lavori nel settore: da quale pulpito parlano questi critici?
La radiazione per chi rifiuti il vaccino è un’ipotesi quantomeno balzana in termini di legalità e di organizzazione del lavoro: già oggi il settore sanitario-assistenziale è in fortissima sofferenza per la carenza di professionisti e pensare di licenziarli è completamente impraticabile, oltre che illegale.
La scarsità di personale ed i carichi di lavoro sono proprio le principali criticità che mettono a rischio lavoratori ed assistiti.
Speriamo quindi che la ricerca arrivi in fretta ad un vaccino sicuro ed efficace: quello contro la stupidità!
Massimo Vidori, infermiere veneto.