Uno dei simboli cittadini più famosi nel mondo è senza dubbio il Campanile di San Marco che troneggia sull’omonima piazza di Venezia, vicino a Palazzo Ducale e alla Basilica dell’evangelista. Come è noto, “el Paron de casa” (come lo chiamano i veneziani) crollò nel 1902 proprio nella significativa data del 14 luglio, quasi a ricordare che la data di inizio della Rivoluzione Francese (nel 1789) è stata anche l’inizio della fine della Repubblica di Venezia per le conseguenze che avrebbe portato di lì a pochi anni.

Tuttavia è morta la Repubblica Serenissima, ma la vita è andata a vanti e la ricostruzione del campanile avvenne simbolicamente al motto di “Com’era e dov’era”, e avvenne subito. I lavori infatti iniziarono il 25 aprile, giorno di san Marco, del 1903.

Alla cerimonia di inaugurazione dei lavori con la posa della prima pietra intervennero le autorità e, tra esse, anche l’allora Patriarca di Venezia, il cardinal Giuseppe Sarto che pochi mesi dopo sarebbe stato elevato al soglio pontificio col nome di Pio X, nome col quale è stato poi elevato alla gloria degli altari come santo.

Egli tenne un discorso di grande profondità e consapevolezza storica e identitaria che vogliamo riproporre per la meditazione e per la riflessione ai nostri lettori, affinché traggano insegnamenti fecondi dalle immortali parole del nostro grande papa santo. Egli disse:

«Nessuno spettacolo è così degno di ammirazione come quello di un popolo che, iniziando un’impresa, domanda a Dio la Benedizione, perché mai emerge tanto l’ingegno dell’uomo come quando si china davanti l’eterno fuoco, donde viene la luce, né le sue opere si producono con un carattere più maestoso e solenne che dopo l’invocazione della potenza suprema che le suggella e le consacra. Io, quindi, mi congratulo con voi, o nobili rappresentanti di Venezia, che, fedeli interpreti dei veri cittadini, deliberaste che un pubblico atto religioso desse principio alla riedificazione del campanile nel giorno sacro all’evangelista san Marco, affinché Venezia, già fiorente tanti secoli sotto un tale protettore, veda aprirsi dinanzi un’era di novella prosperità. Mi congratulo con voi, che vi mostraste figli non degeneri di quei padri che, convinti della grande verità che si fabbrica indarno se alla direzione non presiede il Signore, vollero che questa città, cristiana fino dall’origine, segnasse l’epoca della sua fondazione dal giorno in cui ebbe principio il mistero dell’umana redenzione, né mai si accinsero ad alcuna impresa senza avere prima invocato sopra di essa il nome di Dio e la protezione di Maria. Per la religione i nostri avi, uniti in un cuor solo, onorarono la patria con amore generoso, con rispetto profondo, con un sacrificio eroico, e per questi due amori, più che per il loro senso politico, compirono imprese onorate, salirono a prosperità e rinomanza. Per la religione, mentre le altre nazioni e le città stesse d’Italia gemevano sotto il giogo dei barbari, Venezia era il centro della civiltà europea, la sede del sapere e delle arti gentili, la regina dei mari, l’anello che congiungeva l’Oriente e l’Occidente in società di commerci. Dalla religione riconobbero sempre i veneziani la fonte della loro floridezza, e perciò, mentre fu essa l’anima delle loro opere, la direttrice dei loro consigli, l’ispiratrice delle loro leggi, per ottenerne e ricambiarne i benefici erigevano templi e altari, le dedicavano asili di pietà, le consacravano istituti di utili studi, di virtù rigeneratrici di santi, e ne perpetuavano con i monumenti i gloriosi trionfi»