La Chiesa festeggia il 6 gennaio l’Epifania e, come dice il proverbio, “el dì de l’Epifania tute le feste el se porta via”. Ma in tempo di secolarizzazione e con il clero che oramai si preoccupa di tutto, tranne che di educare i fedeli battezzati alla conoscenza, per molti sarebbe già tanto sapersi soffermare sulla domanda: “cosa vuol dire Epifania?” e ricevere una risposta.

Niente a che vedere con la Befana, il cui appellativo gioca sull’assonanza con la festività. In verità, la parola è greca e significa “manifestazione, appalesamento”. Manifestazione “di che cosa?”, chiederà ora la persona intelligente; “manifestazione della divinità di Cristo” è la risposta.

La Tradizione più antica riconosce 3 epifanie: l’adorazione dei magi e dei pastori alla nascita di Gesù Cristo, Verbo di Dio che è Dio fin dal principio (vedi incipit Vangelo di Giovanni) e che per noi e la nostra salvezza si è incarnato in Maria e si è fatto uomo; il battesimo di Gesù per mano di Giovanni Battista al fiume Giordano, ove lo Spirito Santo discende su di lui e lo rivela; il primo miracolo pubblico, su intercessione di Maria, alle nozze di Cana.

Dagli albori del cristianesimo la liturgia ha sempre celebrato la prima epifania, nel 12° giorno dal Natale, per ricordare la divinità di Cristo, ovvero la specificità del cristianesimo che è la fede in una persona concreta, Gesù Cristo, riconosciuto come Dio entrato nella Storia, rispetto alle religioni del mondo che sono sistemi di credenze basati sull’idea di Dio che storicamente gli uomini si sono fatti in un determinato contesto culturale, sociale e antropologico.

Alcuni elementi che la cultura popolare riconosce facilmente grazie alla pratica del Presepio meritano un breve cenno di approfondimento: i 3 Re Magi (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre) erano sapienti venuti dall’Oriente, ma la scrittura non ne dice né il nome, né il numero, e non li definisce come dei re; essi recavano in dono oro, simbolo di regalità, incenso, simbolo di sacralità, mirra, prezioso profumo usato nei riti di preparazione alla sepoltura dei defunti, quale simbolo di sapienza e prefigurazione del sacrificio redentore di Cristo.

Essi seguivano la stella e le Scritture per trovare la Verità, dimostrando così la via per la buona scienza che è messa al servizio della ragione profonda, finalizzata a trovare ciò che fonda la realtà e che non può essere racchiuso nella materia o nei libri, ma che di essi si serve per darci gli strumenti per conoscerla in piena libertà. Insegnamento potente anche oggi, in epoca di scientismo che eleva la scienza a idolo col quale sottomettere l’uomo alla mera materialità biologica.

Re Erode, simbolo di un potere che vede in Dio un nemico, un limite alla propria libertà e potenza e, quindi, vuole sopprimerlo; egli ci ricorda non solo come il potere politico, se privato della carità e del fondamento nella trascendenza, tenda inesorabilmente alla violenza, ma richiama anche ciascuno di noi a confrontarsi con il proprio modo di mettere in relazione la libertà personale con la fede in Dio, cioè se vediamo Cristo-Dio come un limite oppure come la via per la vera libertà, tramite la fede che ci consente di abbandonarci con speranza alla sua benevola volontà.

Infine i pastori, ai quali per primi viene rivelata la divinità di Cristo dall’angelo, i primi per i quali si sia compiuta l’Epifania. Essi dimostrano che Dio si rivela non ai dotti e ai sapienti, bensì ai piccoli che sono disposti ad accoglierlo con il solo mezzo dell’amore fiducioso, come fanno i semplici e i bambini, oppure chi si fa piccolo come loro anche se dotto e sapiente; questo perché la più grande sapienza degli uomini è nulla rispetto all’Infinito di Dio o, parafrasando san Paolo, perfino la stoltezza di Dio supera la sapienza degli uomini. Figuriamoci il Suo amore che nell’Epifania viene rappresentato e reso conoscibile perché “venne ad abitare in mezzo a noi”.