La data del 17 marzo 1861 segna il compimento del piano massonico di unificazione delle genti italiche sotto un’unica sovranità, sottratta all’influenza del binomio “Trono-Altare” tipico della civiltà cristiana che aveva dato forma all’Europa dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente fino alla Rivoluzione Francese e al ventennio napoleonico.

La massoneria rivendica apertamente da sempre questo suo successo storico e politico, consistente nella sconfitta della Chiesa (di cui è nemica giurata) sul piano temporale, al punto che perfino nei libri di Storia delle scuole elementari si trova sempre un trafiletto dedicato ai carbonari mazziniani e all’influenza della Massoneria sui “moti risorgimentali”. Un’influenza ovviamente militare, con la partecipazione attiva di organizzatori stranieri; economica, col finanziamento delle attività militari e di intelligence; e ovviamente culturale, con la diffusione degli ideali illuministici e del mito artificiale del “popolo italiano”, mai esistito fino ad allora (e anche sul dopo c’è da ridire) come correttamente affermava D’Azeglio quel 17 Marzo 1861: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. La controprova sta nel famoso verso del Manzoni, nell’esortativo coro dell’Atto Terzo dell’Adelchi, dove le genti italiche vengono correttamente – dal punto di vista storico – definite “Un volgo disperso che nome non ha”.

Un nome invece, e da quasi tre millenni, lo avevano i Veneti e tutti lo sapevano molto bene, a quell’epoca. Ecco perché le terre lombarde furono annesse alla nuova creatura massonica, il Regno d’Italia affidato ai francesi del casato dei Savoia, mentre i territori veneti rimasero sotto l’influenza dell’Impero Asburgico come sancito, purtroppo, dal Congresso di Vienna del 1815 che non restituì l’indipendenza soppressa da Napoleone e per loro già si discuteva un eventuale futuro simile alla Confederazione Elvetica o al Lussemburgo.

Purtoppo le cose andarono diversamente e il trionfo del Regno di Prussia, notoriamente vicino agli ideali massonici, sull’Impero asburgico in seno al mondo tedesco causò la caduta della nazione veneta dalla padella austriaca alla brace italica in seguito alla battaglia di Sadowa del 1866 e ai trattati di pace che ne seguirono, culminati con la cessione della terra veneta dall’Austria alla Francia e da questa, per mano di Napoleone III, immediatamente all’Italia.

Ma per ricordare bene la data di fondazione dell’Italia unita, arrivata a compiere 160 anni, è necessario guardare la cartina geopolitica di quel momento: restava aperta la partita relativa ai territori laziali ancora in mano alla Chiesa; ma soprattutto il Veneto ancora unito, non frazionato in diverse regioni amministrative com’è oggi, non c’era!

Pertanto è normale che gli italiani festeggino la data che ha assegnato loro un nome e un’identità, prima mancanti, ma questi festeggiamenti non riguardano i Veneti che un nome ce l’hanno dai tempi più remoti della Storia e che, soprattutto, dell’Italia unita non facevano parte perché tutto il mondo sapeva che erano un popolo a se stante. E lo sono ancora, sebbene troppi lo ignorino.