La data del 24 giugno è di duplice importanza per il popolo veneto tutto intero: è la data dedicata dalla cristianità a San Giovanni Battista, alla cui ricorrenza tante tradizioni popolari legate al mondo rurale della Venetia profonda sono legate, ed è la data in cui la più grande città della patria veneta legò il suo destino alla Capitale Venezia e alla Repubblica, nel 1405.

Delle tradizioni cristiane della vita popolare contadina legate alla festa di san Giovanni Battista, connaturate all’essenza dei veneti come popolo di san Marco, parleremo in altra occasione; qui basti rammentare il simbolismo essenziale che sulla base del Vangelo di Luca pone la nascita del Battista 6 mesi prima di quella di Gesù e, astralmente, colloca la festa del Battista, il più grande dei Profeti, sul Solstizio d’Estate quando il Sole comincia a calare, per far posto alla Luce nascente (Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero) che si celebra invece sul Solstizio d’Inverno, quando la luce comincia a crescere. Tale simbolismo si lega a Verona per ricordare che la luce scaligera, tramontata, dopo la breve notte viscontea e il buio carrarese prima dell’aurora, fece posto alla luce Serenissima che a Verona splendette in modo fulgido, anche oltre il tramonto di Venezia nel 1797, con un amore talmente profondo e vero da impressionare il Macchiavelli durante la Guerra di Cambrai già a inizio XVI secolo, amore che determinò le Pasque Veronesi e le Insorgenze venete nel periodo dannato napoleonico.

Un amore così puro e vero che oggi ridicolizza i patetici veneziani che – figli dei traditori sconfitti che si vendettero all’austriaco in San Marco nel 1813 dandogli il pretesto di decidere di tutta la Venetia al Congresso di Vienna – rimestano oggi la Storia senza capirne il senso nemmeno da lontano e dimenticano che Venezia è l’apice, l’ideale, il fiore all’occhiello e il prodotto della cultura e dell’identità trimillenaria veneta, ma non l’origine e nemmeno è una Storia separata e a sè. Anche solo pensarlo è una masturbazione da falliti. Venezia ha una grandissima Storia, ma è una parte, gloriosissima, della Storia veneta.

Venendo all’episodio storico della Dedizione di Verona del 1405, essa completò il percorso di tutto l’attuale territorio della cosiddetta (dagli italiani) Regione Veneto, anticipando solo Padova per cui fu necessaria l’azione armata. Il contesto storico vedeva l’effimero dominio visconteo minato dalla morte prematura, per peste, di Giangaleazzo Visconti che costrinse la vedova a cercare la protezione di Venezia dalle mire dei Carraresi di Padova e che la indusse, in cambio di sicurezza privata, a lasciare il campo alla Repubblica alla quale volentieri si dedicarono Vicenza, Belluno, Bassano, Feltre, l’Altipiano dei 7 Comuni, unendosi così all’ex Marca travigiana e alla “figlia primogenita” Motta di Livenza, per generare lo “Stato da Tera”, terza componente istituzionale specifica della Repubblica Serenissima dopo il “Dogado” e lo “Stato da Mar”. Ciò diede vita a un’unità territoriale che ricalcava, in grande parte, la territorialità della X Regio Venetia et Histria augustea di epoca romana, definita nel 7 dopo Cristo su una realtà geopolitica già antica di secoli.

Per chiarire la successione degli eventi, va fatta una contestualizzazione storica. È il 1387 quando Gian Galeazzo Visconti corona il sogno della sua famiglia conquistando Verona. La signoria milanese, nonostante i vari tentativi di insurrezione sostenuti dai Carraresi di Padova per riportare gli Scaligeri al potere, si concluderà soltanto dopo la morte improvvisa di Gian Galeazzo, nel 1402. Vista la debolezza dei Visconti, i da Carrara approfittano per prendere la città: il 22 maggio 1404 Francesco da Carrara si fa proclamare Signore di Verona. Scoppiano poi ostilità tra Venezia e i signori di Padova. Quindi i veronesi, stremati dalla fame e minacciati dalle epidemie, acclamano Capitano del Popolo Pietro da Sacco, che tratta con i da Carrara.

I veronesi acclamarono capitano del popolo Pietro da Sacco che ebbe poi il compito di trattare la dedizione della città con i rappresentanti della Serenissima. Gli ambasciatori veronesi, guidati da Pietro Da Sacco, incontrarono la delegazione veneta capeggiata da Gabriele Emo e da Jacopo Dal Verme presso Porta Vescovo. Fu consentito l’ingresso a tre compagnie di fanti veneti per vigilare la piazza mentre gli ambasciatori veronesi andarono al campo veneziano nel castello di Montorio.

Furono lì stabilite le condizioni onorevoli della dedizione: a Verona fu consentito di continuare a godere della libertà derivante dalla “podestà di ragunar senato, di crear magistrati, di far leggi e di governar la città, e le cose pubbliche, rimanendo ai veneti senatori il travaglio, i pericoli e la spesa” (Scipione Maffei), e furono dati dei privilegi ai contadini della Valpolicella per essere stati favorevoli alla Serenissima durante le guerre contro i Visconti.

Condizioni che meno di un mese dopo, il 16 luglio, vennero ribadite con solennità a Venezia, in una ducale con bolla d’oro, lettera ufficiale del Doge di Venezia, munita di sigillo aureo e con forza di legge.

Il 23 giugno i veneziani entrarono a Verona, dalla porta del Calzaro, tra Porta Nuova e Porta Palio. L’avvenimento fu consacrato con la nomina di molti cavalieri fra cui Pietro Da Sacco. In cattedrale si cantò un Te Deum di ringraziamento e le nuove autorità venete alloggiarono nel palazzo che era stato degli Scaligeri. I veneziani, presero ufficialmente possesso di Verona, anche militarmente.

Il 24 giugno, le milizie guidate da Jacopo Dal Verme provenienti da San Michele Extra, che sfilarono in bella ordinanza con severissima disciplina acclamate da ali di popolo, entrarono da Porta Vescovo, attraversarono tutta la città passando da Piazza delle Erbe, uscirono dalla porta del Calzaro, accampandosi fuori delle mura nella attuale zona stadio. Quel giorno del 1405, si riunì il consiglio cittadino che elesse gli ambasciatori, inviati poi a Venezia per la dedizione.

Continuarono poi, dopo tante inquietudini, le manifestazioni di gioia. I ventuno ambasciatori partirono l’8 luglio e, giunti a Venezia con 120 cavalli, alloggiarono nel palazzo del Marchese di Ferrara. Precedeva tutti Leone Confalonieri, fra Zenone Negrelli e Pace Guarienti, che portava la bandiera del Comune, preceduta dal nobile Aleardo Aleardi, fra Clemente dell’Isolo e Tebaldo del Broilo, che portava la bandiera dei Cavalieri. Il Doge, col Maggior Consiglio, accolse i veronesi, tutti in veste bianca a significare purezza e sincerità di mente e volontà. Tutti erano solennemente riuniti su un palco in Piazza San Marco, tra la chiesa e le mercerie. Pietro da Sacco, affiancato da Torneo de Caliari e Gaspare da Quinto, consegnò le tre chiavi della città e dei suoi distretti, in segno di dominio e possesso.

Gli ambasciatori tornarono a Verona, dove furono acclamati dal popolo, il 26 luglio 1405, portando con sé il gonfalone con il leone di San Marco avuto in dono dal Doge e le bolle d’oro. Il 2 agosto il gonfalone fu portato solennemente in Piazza delle Erbe, issato sul carroccio, che era custodito nella basilica di San Zeno, e quindi levato sopra l’altissima antenna vicino al capitello.

Verona l’eroica, che più di tutte versò sangue per impedire la caduta della Repubblica, ancor oggi reca traccia e ricorda i momenti tragici della fine che essa vuole solo come momentanea. L’ideale repubblicano vive tuttora, forte, ma manca la capacità che oggi esiste solo nella città di Feltre, dove si celebra uno spettacolare Palio in memoria della Dedizione, di fare onore al passato ancor vivo nel presente con celebrazioni pubbliche che annuncino il destino futuro di ritornare a una Repubblica Veneta indipendente.

Una Repubblica Veneta che tenga ancora Venezia come capitale simbolica, nonostante certi veneziani, e che si fondi sulla civiltà veneta che fu popolarmente fiera di appartenere alla Serenissima, ma che è ben più, ben prima e ben oltre che Serenissima. A Verona, che vide l’Arena sorgere in epoca romana e che fu la sede di Teodorico, la gloria veneta di tre millenni si fa presente anche agli occhi del camminatore più distratto che lasci andare lo sguardo per le strade del centro storico.

(nel quadro, Dipinto di Jacopo Ligozzi raffigurante Pietro da Sacco mentre consegna le chiavi di Verona al doge Michele Steno)