Una delle ferite più gravi, forse la più grave, inferta dalla dominazione italiana sui territori veneti è stata la separazione delle terre orientali dal resto della Madrepatria, in seguito ai tragici fatti della Seconda Guerra Mondiale.

Le terre istriane erano tornate unite a quelle venete nel 1918, come furono per tutta l’epoca dell’Impero Romano nella “X Regio Venetia et Histria” e per tutta la durata della Repubblica Serenissima indipendente, dal 1002 fino al 1797 quando, a causa di Napoleone, iniziò un periodo di dominazione straniera (prima francese, poi austriaca) cessata con la Grande Guerra. Infine arrivò il disastro fascista che compromise la ritrovata unità, seppure sotto la dominazione italiana, delle terre dove si parla veneto.

Torniamo a una frase appena scritta: “tutta la durata della Repubblica Serenissima indipendente”. Qui va fatta una precisazione, per chi ama la Storia nei suoi dettagli. Il Dogado veneziano era rimasto nell’Impero Romano d’Oriente dopo la riconquista di Giustiniano in seguito alle “guerre gotiche” del VI secolo e non cadde sotto i Longobardi prima e sotto i Franchi poi, come invece il resto delle terre venete. Dopo la nascita del Sacro Romano Impero sulle terre che un tempo erano dell’Impero Romano d’Occidente, il Dogado rappresentò l’unica enclave bizantina tra i domini del nuovo Impero barbarico consacrato dal papa.

Ma quest’enclave si rendeva ogni giorno più autonoma, vuoi per la distanza da Costantinopoli e vuoi per l’isolamento geopolitico in cui sussisteva, grazie anche alla vocazione commerciale che la sua condizione particolare aveva reso necessaria. Nel 840 il Dogado stipulò in autonomia da Costantinopoli il “pactum Lotarii” con l’imperatore Lotario dei Franchi, una sorta di “accordo internazionale” diremmo oggi, per definire i confini territoriali; averlo fatto in autonomia dal trono del Basileus bizantino determinava un passo avanti verso un’indipendenza che era però ancora lontana da raggiungere. Nel 960, un nuovo passo decisivo fu compiuto dal doge Pietro IV Candiano che abolì la tratta degli schiavi dalle attività permesse, primo luogo al mondo dove questo fatto di civiltà avvenne e in chiara discontinuità con Costantinopoli che, tuttavia, rimaneva ancora sovrana su Venezia.

L’episodio che portò all’indipendenza di fatto avvenne proprio in relazione all’Istria, terra dove trovavano riparo i temibili pirati narentani che minacciavano le flotte commerciali in rotta da e per Venezia. Fu il doge Pietro II Orseolo a intraprendere la spedizione che portò alla sottomissione di Istria e Dalmazia, tanto che nel 1002 l’imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico II, anche per far dispetto al Basileus bizantino, riconobbe come “Signore d’Istria e Dalmazia” il doge veneziano, sancendo quello che oggi definiremmo come “riconoscimento internazionale della sovranità della Repubblica Serenissima” tanto sul Dogado, quanto sui domini dai quali prese le mosse lo “Stato da Mar”, ovvero la seconda delle tre componenti della Serenissima (la terza sarà lo “Stato da Tera” dal XV secolo in poi).

L’indipendenza formale fu così affermata grazia alla conquista dell’Istria. Quella sostanziale arrivò poi nel 1054, quando Costantinopoli promosse lo scisma religioso da Roma e Venezia rimase invece cattolica perché “san Marco non si separa da san Pietro”; divenne infine ufficiale con la “Crisobolla” del 1082 con la quale il trono bizantino riconobbe per iscritto l’indipendenza della Serenissima, seppur con la formula indiretta e ribadendo la sua superiorità secondo l’uso del tempo (ma era la stessa che ribadiva verso tutti).

Il rapporto con l’Istria ebbe i suoi alti e bassi per un paio di secoli, poi si consolidò e divenne ferreo. Alla caduta della Serenissima per mano degli invasori francesi, la resistenza istriana fu strenua e andò oltre il funesto 12 maggio 1797, “el tremendo zorno”. La parlata veneta in quella terra rimase purissima e ancor si sente, nonostante la pulizia etnica compiuta dai comunisti jugoslavi alla fine dell’ultimo conflitto mondiale. A tutt’oggi, visitare le terre costiere istriane per un veneto ha un sapore di casa molto più netto di quanto non avvenga inoltrandosi giù per le coste italiane, dove si avverte di essere in casa altrui.

Quanto accaduto nel dopoguerra, concluso con il vergognoso Trattato di Osimo del 1975 con il quale gli italiani hanno dato via ufficialmente la nostra terra agli slavi, è materia di una difficile e sempre ostacolata riscoperta storica, peraltro strumentalizzata dagli italiani che ancora si accapigliano su questioni passate e inutili. La dissoluzione della Jugoslavia di fine XX secolo ha determinato la ulteriore spartizione dell’Istria, oggi in parte della Slovenia e in maggior parte della Croazia che comprende anche le coste dalmate, pure esse veneziane dai tempi di Pietro II Orseolo. Cosicché la nazione veneta è oggi spartita sotto il dominio di Italia, per la parte più cospicua centro-occidentale, e Slovenia o Croazia per la parte orientale.

Viste le attuali forze in campo, l’Unione Europea rappresenta la possibilità di lavorare e coltivare di nuovo assieme la stessa terra, in prospettiva, attendendo tempi migliori e riallacciando i legami. La dura cervice dei veneti, sedotti dall’antieuropeismo dei nazionalisti italiani, non fa cogliere ancora questa opportunità, anche perché molti devono ancora capire cosa sia l’Unione Europea e come essa comandi, di fatto, su gran parte delle questioni politiche che ci riguardano. Ma il fuoco non è spento sotto la cenere. La lingua veneta è riconosciuta come minoranza linguistica ufficiale non in Italia, ma in Slovenia. Nelle cittadine costiere istriane della Croazia si può parlare come in centro a Padova o come in campagna a Treviso. Il sangue non è acqua, se Dio vuole non sarà solo una “Giornata del Ricordo” a farci sapere che siamo fratelli.