Tutti sanno che il passaggio da Preistoria a Storia avviene con l’introduzione della scrittura al posto della tradizione orale, dal punto di vista pratico, e con la definizione di miti fondativi o l’adozione di fatti più o meno leggendari come prologo ai primi avvenimenti riportati per iscritto.

Anche per il popolo veneto è avvenuto lo stesso: l’opera “Ab urbe condita” del padovano Tito Livio descrive la vicenda del troiano Antenore, per lo più leggendaria, che attribuisce ai Veneti l’origine dall’Asia Minore; non mancano altre opere con riferimenti alla mitologia, con Diomede a fondare Adria; né i riferimenti biblici, con Iafet capostipite delle popolazioni europee, tra cui i Veneti. Sta di fatto che i Veneti abitano la terra che da loro ha preso il nome di Venetia da prima del principio della Storia, dove hanno fondato le città di Este, Oderzo, Concordia, Vicenza, Feltre, Belluno e – forse – Verona sicuramente molti secoli prima dell’assimilazione alla Repubblica di Roma. E’ di questo periodo preromano la nota stele di Isola Vicentina, riportante la scritta “Venetkens” (ovvero “Venete genti”) risalente almeno al V° secolo a.C.

La latinizzazione avvenne per gradi, iniziando nel III° secolo a.C. con alleanze militari reciproche contro le popolazioni galliche (secondo lo storico Polibio i Veneti fornirono 20mila uomini per vincere i Galli Insubri nel 222 a.C. a Clastidium) che si rinnovarono fino al I° secolo a.C. quando, prima con la Lex Pompeia del 89 e poi con la Lex Roscia del 49, il “plenum ius” venne esteso e accordato a città e popolo veneti.

In quest’epoca pagana i Veneti, soprattutto nei villaggi e nel mondo rurale, conservavano l’antica venerazione per la dea madre Reitia – nome che infatti ricorda Rea, adorata in Asia Minore in remota antichità – caratteristica particolare che sviluppò una mentalità diversa rispetto ai popoli circostanti, connotati da culti maschili e aggressivi (Marte/Ares, Giove/Zeus, Mercurio/Hermes): una mentalità aperta all’accoglienza e predisposta al patto piuttosto che allo scontro, alla diplomazia, al commercio, nonché alla dignità divina del femminile che ha ripercussioni sostanziali nel modo di concepire l’uomo, la famiglia e la società. Un modo di essere e di sentire diversi che caratterizzeranno per sempre questo popolo.

Nel I° secolo d.C., attorno all’anno 50, san Marco giunse in Venetia e scelse due grandi figure come vescovi, consacrati da San Pietro alla dignità episcopale: san Ermagora, primo vescovo veneto nel capoluogo della “X Regio Augustea” Aquileia, primo anche nel martirio assieme al diacono san Fortunato vent’anni dopo, durante la prima persecuzione dei cristiani; e la grande figura di san Prosdocimo, di origine greca, secondo vescovo veneto, in quel di Padova, e grande evangelizzatore.

La figura di san Prosdocimo è legata, secondo tradizione ecclesiastica, alla conversione a Cristo di Belluno, Feltre, Treviso e Oderzo, Schio (a Pievebelvicino fondò la chiesa con il primo battistero della zona) e Vicenza, nonché Padova con tutte le città della sua diocesi. La predicazione cristiana trovò in Veneto terreno fertile perché legata alla redenzione che avviene per tramite dell’incarnazione del Verbo in una donna. Quello che ha sempre fatto difficoltà nelle popolazioni pagane fallocratiche, ovvero il dover chinare il capo davanti alla sacralità di una donna, per i Veneti adusi alla venerazione del femminile fu cosa naturale e bellissima: accedere alla piena Verità di un Dio che si concretizza in Gesù Cristo attraverso il “Sì” di Maria di Nazareth. Il cristianesimo veneto fu, fin dalle origini e come in tutti i popoli fortemente radicati nella fede apostolica, eminentemente mariano cioè devoto alla Madonna.

Nei secoli successivi aumentarono le adesioni al cristianesimo, a dispetto delle persecuzioni particolarmente violente proprio nei due centri principali di irradiazione dell’insegnamento apostolico di san Marco evangelista; i martiri di Aquileia richiederebbero una lunga trattazione, mentre Santa Giustina di Padova è talmente conosciuta e venerata ancor oggi da avere una chiesa dedicata in Prato della Valle, ove peraltro riposano anche le reliquie di un secondo evangelista, san Luca. Nel territorio dei Veneti riposano ben due dei quattro evangelisti, essendo stati traslati i resti di Marco in Venezia nel IX° secolo.

L’evangelizzazione della Venetia trovò compimento infine a Verona, dove iniziò nel II° secolo per opera di missionari provenienti dal nord Africa, allora territorio Latino, e inizialmente incardinati a Milano anziché ad Aquileia: ancora San Zeno o Zenone, ancor oggi molto venerato, ottavo vescovo di Verona (Sant’Euprepio fu il primo) nella seconda metà del IV° secolo era legato alla grande figura di S.Ambrogio. Sarà solo col vescovo Siagrio, all’epoca dell’Editto di Tessalonica che per volere dell’imperatore Teodosio fece del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero Romano, che Verona divenne diocesi suffraganea di Aquileia che seguì anche nello Scisma dei Tre Capitoli, nel VI° e VII° secolo, insieme a tutte le diocesi venete che ribadirono con forza la loro adesione al Concilio di Calcedonia e alla fede cattolica fortemente connotata in senso mariano. Lo scisma si concluse nel 698 d.C. con l’atto formale di sottomissione della chiesa veneta a Roma, la quale tuttavia ammise di aver avuto torto accogliendo di nuovo i cristiani veneti nella comunione “secondo lo spirito di Calcedonia” e dando quindi loro ragione dal punto di vista della fede.

Ma questi sono fatti successivi che meritano trattazione a parte. Quello che riguarda la transizione da “Venetkens” pagani a “Veneti” cristiani di san Marco, o marciani, si può considerare aperto con l’arrivo di san Marco nella Venetia attorno al 50 d.C. e concluso con l’Editto di Tessalonica del 380 d.C. quando Verona passò sotto l’influenza di Aquileia anche dal punto di vista ecclesiastico e quando la larga maggioranza dei Veneti era battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Da lì a poco, con le invasioni barbariche, avrebbe avuto inizio anche la Storia della città e della repubblica di Venezia, inizio non per caso collocato simbolicamente al 25 marzo del 421 d.C., giorno dell’Annunciazione a Maria e quindi dell’Incarnazione del Verbo divino che si faceva uomo in Cristo.