di DAVIDE LOVAT

In USA da anni c’è un movimento iconoclasta che da qualche tempo è esploso con la scusa delle manifestazioni anti-Trump mascherate da altro, in particolare da lotta antirazzista tramite il potente movimento Black Lives Matters finanziato copiosamente dalla Open Society Foundation con decine di milioni di dollari (peraltro tutti dichiarati e trasparenti nei bilanci pubblici della potentissima organizzazione creata dal magnate George Soros, e questo sia detto a scanso di accuse di complottismo che stranamente vengono sempre formulate quando si parla delle attività della OSF che, per fortuna, almeno fa tutto alla luce del sole e tutto è consultabile sul suo sito ufficiale, basta saper leggere l’inglese a livello elementare). Ma in generale, il fenomeno rientra nel processo definito di “cancel culture” e mira a colpire tutto ciò che è di origine “bianca, cristiana ed europea”, che si tratti di filosofia o di arte, di letteratura o di architettura, di statue o di simboli, di film o di canzoni.
La distruzione dei monumenti non graditi per motivi di militanza ideologica avveniva in verità già da anni, ora è solo diventata conosciuta da tutti nel mondo. Ma l’iconoclastia non è un fatto nuovo, naturalmente. Noi veneti ne sappiamo qualcosa, o almeno dovremmo saperne per non essere solo dei “beoti con la penna d’alpino” o dei “rozzi bestemmiatori che pensa solche ai schei”.
Quando l’Imperatore bizantino Leone III Isaurico decretò l’inizio dell’iconoclastia, nel VIII secolo d.C., la cristianità fu attraversata da forti divisioni che furono uno dei preamboli allo scisma del 1054 tra Costantinopoli e Roma.
La Venetia all’epoca era divisa in due: l’entroterra era sotto il controllo dei Longobardi e la zona lagunare costiera era invece un ducato bizantino, con l’ancora giovanissima Venezia come capoluogo.
Tutta la nazione veneta, che aveva nel Patriarcato di Aquileia la fonte battesimale in cui si originava, si rinnovava e si perpetuava la sua unità storica, non aderì alla lotta iconoclasta, così come non aveva seguito le imposizioni di Costantinopoli – subite perfino da Roma – nella questione teologica dello “Scisma dei Tre Capitoli” nei due secoli precedenti.
Per la parte di territorio sottoposto alla giurisdizione Romea (ovvero bizantina), cioè Venezia, questo periodo di alcuni decenni determinò un forte distacco spirituale e psicologico tra il “dogado” e la capitale imperiale, tanto da essere il presupposto per l’emancipazione del IX secolo che originò di fatto quella Repubblica Serenissima pienamente autonoma che avrebbe concretizzato progressivamente la sua indipendenza nel XI secolo (1002 riconoscimento da parte di Enrico II imperatore del Sacro Romano Impero – 1054 scisma orientale “ortodosso” dal cattolicesimo – 1082 “Crisobolla” di Alessio I Comneno che riconosce “de facto” la piena indipendenza di Venezia da Costantinopoli).
Se un periodo iconoclasta respinto fu in qualche modo all’origine dell’indipendenza repubblicana che nei secoli si estese a tutta la nazione veneta, con un periodo iconoclasta tremendamente subìto cessò invece la nostra indipendenza a causa dei rivoluzionari francesi guidati dal Grande Infame corso (il Bonaparte), che distrussero i simboli della Serenissima con grande impegno, scalpellando e abbattendo e derubando.
La furia iconoclasta è sempre partorita da un odio cieco che nella distruzione dei simboli intende annientare altri esseri umani ritenuti senza dignità alcuna. Il fatto che noi Veneti abbiamo nella Storia episodi fondanti così importanti dovrebbe indurci alla riflessione, sempre che non si voglia accettare la dimensione confezionata per noi dagli italiani e a cui molti si sono adeguati, ovvero quella succitata del “beota con penna nera” che si accontenta del fiasco in cambio del Fisco, o del lavoratore ignorante che adora solo il dio denaro, cioè “i schei”….