La ricorrenza dei 2 secoli dalla morte di Napoleone ha fatto emergere ancora una volta la differenza tra chi, alla luce dei fatti, lo considera come il peggior criminale della Storia dell’umanità in quanto stragista, persecutore della Chiesa, distruttore di Stati liberi, divulgatore degli ideali massonici, immorale fedifrago traditore ed assassino, e chi invece ancora lo guarda con l’immagine romanzata degli adulatori o secondo l’ipotesi poetica della sua conversione in punto di morte, figlia di un’istruzione fermatasi alle scuole medie superiori, dovuta alla nota poesia di Alessandro Manzoni.

Siccome tuttavia, pur con molta fatica, i divulgatori della verità storica comprovata stanno lentamente facendo breccia sul mito dell’eroe illuminista, ecco che il Presidente della Repubblica Francese monsieur Macron si è prodigato in un discorso commemorativo volto a salvaguardare l’eroe della Francia postcristiana da quella che sarebbe, secondo la tesi sostenuta da Macron, espressione della “Cancel Culture” in rapida diffusione.

Va subito spiegato che per “Cancel Culture” si intende quel movimento culturale in espansione negli USA e nei Paesi strettamente connessi, come Gran Bretagna e le due Americhe, finalizzato a distruggere e sradicare l’eredità culturale europea perché “bianca e cristiana”. Questo dimostra che il paragone di Macron è perlomeno azzardato, ma c’è da dire assai di più.

Un’analisi approfondita del terreno di coltura della “Cancel Culture” fa emergere – con una serie di passaggi che qui è improprio analizzare per la lunghezza che richiederebbe, meritevole di un libro a parte – la chiara radice illuministica e progressista di questa corrente di espressione ideologica. E andando alla radice iniziale, servendosi perfino di prove concrete, si può ben affermare con certezza che Napoleone Bonaparte fu a suo tempo il primo grande esponente della “Cancel Culture”.

Nei territori della Repubblica Veneta, tuttora sottoposta al dominio italiano come eredità dell’operato di Napoleone, la prova più lampante e tuttora evidente a tutti la troviamo nel centro storico della bella cittadina di Feltre, antica città veneta preromana, poi municipalità della X Regio in età imperiale romana, quindi sede diocesana cristiana tra le più antiche, poi importante Comune medievale e infine distretto rilevante della Repubblica Serenissima.

In Piazza Maggiore, dove ancora campeggia la colonna col Leone di San Marco ripristinato, ognuno può vedere le tante placche lapidee scalpellate dalle orde francesi comandate dal general Massena agli ordini del Bonaparte. La domanda più frequente rivolta dai visitatori di Piazza Maggiore e della cittadella di Feltre, entro le mura, riguarda le numerose lapidi, su vari palazzi del centro storico, con scritte cancellate. “Perché?” – si chiedono – “Chi è stato?”.

Siamo nel 1797, anno delle Armate francesi nel territorio della Repubblica di Venezia. Il Generale Massena dirige su Feltre e Belluno i suoi soldati. Il 13 marzo le truppe, fresche della Rivoluzione del 1789, occupano la città. Conseguenza è la cancellazione, ad opera di scalpellini al seguito dell’esercito, delle scritte sulle lapidi dei palazzi nobiliari e del potere veneziano. Successivamente, insediata la Municipalità con i rappresentanti della suddivisione cittadina in sei Cantoni, si aboliranno anche i titoli nobiliari. La Repubblica Veneta cessò di esistere il 12 maggio 1797 e Feltre non fu mai più una città libera, sebbene sia la sola in tutti i territori repubblicani veneti che celebra con un sontuoso “Palio delle Contrade” che si svolge a inizio agosto (sospeso nel 2020 per l’epidemia da Covid-19) la dedizione a Venezia del giugno 1404.

Ogni veneto dovrebbe recarsi a Feltre per guardare con i suoi occhi con quanta maniacale e perversa cura la soldataglia giacobina distrusse le iscrizioni che testimoniavano la presenza della Repubblica Veneta. Distrussero anche il leone, secondo la prassi della “leontoclastia” che quasi eliminò il potentissimo simbolo veneto dalla nostra patria, ma la potenza di quel simbolo è tale che esso è tornato in tutte le piazze dove fu e, spesso, anche come bassorilievo nei palazzi e nei campanili dai quali fu rimosso.

L’operazione di “Cancel Culture” di Napoleone è fallita davanti a qualcosa come l’identità veneta che, seppur molto lentamente, sta riemergendo da sotto le ceneri dell’incendio giacobino progressista; incendio che tuttora sta divampando in altri ambiti in tutto l’Occidente, dalla Storia alla Religione, dalla Sociologia alla Filosofia, dal Diritto a ogni ambito della Cultura e dell’Arte. Un pensiero materialista e consumistico, fine a se stesso, intimamente perverso e sadico nel senso vero dell’ispirazione alle idee del Marchese de Sade (vero profeta ante litteram dei tempi attuali e contemporaneo di Napoleone), che considera il pensiero filosofico occidentale come “espressione di maschi bianchi morti” e la civiltà scaturita dal Cristo come paradigma di riferimento per fare il contrario, per parlare a rovescio.

Ma la sconfitta finale di Napoleone e di tutti i suoi epigoni si repira proprio in Piazza Maggiore a Feltre: i danni sono evidenti, ma il leone alato è tornato al suo posto e su quella piazza si tornerà presto a celebrare il Palio della Dedizione alla Repubblica Serenissima. Un giorno, prima o poi, i feltrini stessi abbandoneranno le illusioni tricolori e della festa annuale faranno una festa perenne, con tutti gli altri veneti, ripristinando ciò che è giusto perché è vero, nonostante Napoleone l’abbia scalpellato dalla Storia: la Repubblica Veneta di nuovo unita, libera e indipendente.

E dunque dobbiamo chiederci, col poeta: “Fu vera gloria?”. Risposta: quella di Napoleone no. Quella di San Marco, invece, è imperitura.